| LETTERA A B&P: VIDEO, CRISI E MALCOSTUME. QUALE FUTURO? |
| sabato 04 aprile 2009 | |
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Alla redazione di Broadcast e
Production
Come è noto
le produzioni dei network
sono affidate in appalto ad aziende
private (grandi, medie, piccole o piccolissime; ce n’è di tutte le taglie)
conosciute col nome di video-services. naturalmente il criterio prevalente di
attribuzione della “commessa” mediante aste
con ribasso del prezzo di partenza. Queste
aziende video service, formate come società, cooperative o ditte
individuali, hanno investito enormi
capitali in mezzi ed in tecnologia; alcune di queste hanno anche più di una
sede sul
territorio nazionale.Il
personale specializzato a cui queste aziende affidano la realizzazione pratica
dell’evento televisivo da trasmettere è formato in piccola parte da dipendenti,
in parte massiccia da free-lance reperiti sul libero mercato col criterio della
chiamata “a lavoro”. La legge prevede che ciò avvenga mediante assunzione
“ENPALS”, con obblighi previdenziali, assicurativi e quant’altro. Nei fatti
sempre più spesso si tenta di eludere questa modalità, ritenuta onerosa,
aggirandola attraverso inquadramenti impropri (improbabili Partite Iva per
lavori subordinati e senza noleggio di attrezzature, generiche “prestazioni
occasionali”) o addirittura illegali o menzogneri (nero, semi-nero, occultamento
della vera mansione svolta ecc).Voglio
soffermarmi sulla qualità e modalità di lavoro eseguiti dai tecnici televisivi
per conto di queste aziende:
1. Non
esiste un vero contratto, né un tariffario di riferimento, sui dovuti compensi: ogni azienda ha un suo
tariffario, che negli anni ha subito continui ribassi, nonostante l’inflazione
e il passaggio, dolente, da Lira ad Euro; non esiste quasi mai un’indennità di
trasferta e lo straordinario riconosciuto solo in un caso su cento.
Completamente defunte, invece, le indennità per il lavoro notturno e festivo.
2. La
diaria per i pasti ei rimborsi
chilometrici sono arbitrari e mutano da ditta a ditta. Non immaginereste
nemmeno quante volte mi è stato chiesto di presentarmi sul luogo di lavoro “già
mangiato” –proposta indecente a cui
molte volte rispondo che al posto della colazione avrei dovuto consumare
il pranzo – Anche per la tariffa del rimborso chilometrico, i prezzi variano- ogni azienda ha il proprio; in comune
hanno solo che sono
tutte ampiamente al di sotto delle tabelle previste dal ministero o
dall’ACI.
3. Non
esiste un orario di lavoro e le giornate spessissimo superano le 16 ore.
4. Le mansioni sono sempre multiple. Molti di
questi tecnici devono fare l’autista dei mezzi, il tira cavi, il facchino e
poi, finalmente, il proprio mestiere e la propria mansione;
5. I tempi del pagamento della fattura ( che, si
badi bene, non è l’inquadramento previsto dalla Legge) di solito (erano) “a 60
giorni”, poi divenuti 90 e 120. Oggi, poi, in tempi di crisi e con
il moltiplicarsi di ditte prive di scrupoli e dei requisiti minimi di legalità,
non di rado capita di non vedere
neppure un centesimo di euro:
semplicemente non pagano. Considerate
quanti soldi si spendono per le
telefonate di sollecito!! 6. I trasferimenti del personale sul luogo di produzione, se organizzate da alcune di queste ditte, avvengono con il criterio della stiva: per ogni mezzo 5 o 6 persone. Che aumentano di numero quanto si tratta di spostarsi verso alberghi o ristoranti includendo anche gli autisti dei mezzi pesanti ormai “ormeggiati” nei TV Compound. Tutto diventa ovviamente ingestibile.
7. Scarsissime
condizioni igieniche per i bisogni fisiologici: molte volte si va a
chiedere nei Bar, da privati, o “ci si arrangia” per la
strada. 8. Per lunghe trasferte invece si preferisce sempre il treno, o la cuccetta. l’alternativa del viaggio in aereo RARAMENTE esiste. Il tecnico spesso inizia un lavoro professionale già con 8 o 12 ore di viaggio sulle spalle, purtroppo a discapito della concentrazione sul lavoro.
Ancora…. ricatti, preferenze accordate a
chi garantisce sconti indipendentemente dalla qualità, mancate
retribuzioni di giornate e di diarie riguardante i cosiddetti
“rientri”, cioè giornate dedicate al viaggio di ritorno se svolto il giorno
successivo a quello di fine-lavoro. Insomma una questione lavorativa paragonabile a quella degli extracomunitari
di cui spesso sentiamo parlare nelle cronache nazionali.Un lavoro senza albo
professionale , senza tutela sindacale e senza
un contratto nazionale. Considerate poi che la mancata richiesta di requisiti
adeguati fa si che sempre più persone che pratichino questi mestieri solo per
necessità e senza quella passione e vocazione che sono l’unici criterio per non far scadere
la qualità della nostra televisione.
Cosa ne pensate? Sono tempi di crisi. Che sia il momento giusto per una grande rivoluzione? Parliamone. Noi vogliamo dignità per il nostro lavoro e giustizia. Spero che non passi inosservata questa lettera; vorrei veramente sapere una vostra opinione in merito Cordiali saluti Antonio Farina.
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Antonio
Farina
Via G.
Matteotti,56 71029 TROIA (FG)
Che aggiungere, se non: più che un "nostro parere" sarebbe certo il caso che si aprisse un dibattito sul tema tra professionisti. La Redazione di B&P
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