RUBRICA
OSSERVATORIO SWITCH OFF
Il punto, dopo
un anno di esperienze: mettiamoci sul divano…
Abbiamo ormai alle spalle un
annetto di switch-off e switch-over, e vale la pena soffermarsi su alcune
cosette di questi mesi per qualche riflessione. Non su come si sta assestando
l'etere, sulle frequenze che vanno e su quelle che vengono. Vorrei parlarvi di
quello che sta dall'altra parte, cioè a casa delle persone. Sono sempre
convinto che realizzare la migliore rete TDT sia solo una parte dell'opera. Ma
se chi sta a casa non accende il decoder, tutto il resto sarà servito a poco
Il modo
migliore per far accendere il decoder a chi sta a casa è rendergli la vita
semplice. Un annetto fa, appunto, la Sardegna apriva le danze. Esperimento
riuscito, anche se per quanto riguarda la comunicazione ed il rapporto con i
clienti (i cittadini) alcuni spunti meritavano di essere approfonditi. È stato
fatto? Con quale risultato?
Vi
chiedo scusa se vi racconto un episodio tratto dal mio quotidiano, ma potrebbe
essere una delle possibili risposte alle due domande di cui sopra. Quest'anno
abbiamo deciso tardi dove passare le vacanze. All'inizio dell'estate chiamo per
verificare se il consueto alloggio in montagna è ancora disponibile. La mite
signora dall'altra parte del filo mi dice che sì, è ancora disponibile, e mi da
alcuni ragguagli su cosa è cambiato dall'anno scorso. Al termine della
chiacchierata, la voce si fa timorosa e la signora con un sussurro mi dice:
“Ah, e poi c'è un'altra cosa”. Sospira. Tono preoccupato, da roba seria. “C'è
la cosa della televisione che non si vede”. Come scusi? “La cosa nuova della
televisione che si vede e non si vede”. Faccio mente locale. La cittadina è al
confine con l'Alto Adige, ma per pochi chilometri è ancora in provincia di
Trento. Intende che non si vedono più RaiDue e Rete4, signora? “No, si vedono,
però male”. E scusandosi mi lascia intendere che sta attraversando un momento
difficile, il decoder (“la cosa nuova”) non l'ha messo né a casa propria né in
quella (peraltro molto bella) da affittare, e che la spesa per il decoder
proprio non ce la fa a sostenerla ora. Però ha chiamato l'antennista che le ha
sistemato l'impianto per ricevere (male) RaiDue e Rete4 da impianti che, forse destinati
all'Alto Adige, sono ancora in analogico. Inizio a sospirare io. Dico alla
signora di non preoccuparsi, il decoder lo porterò io. La signora si illumina:
davvero ne ho a casa uno?
Ce n'è
abbastanza per incuriosirmi. Porto il decoder più piccolo che ho, uno zapper
che sta nel taschino. Tutti i canali nazionali si ricevono perfettamente in
TDT. Invece RaiDue e Rete4 in analogico si vedono, ma davvero male.
Durante
il soggiorno la signora mi chiede come va la televisione. Le dico che ho
portato il decoder e che si vede tutto benissimo, tranne le emittenti locali
che sono tutte solo in analogico. Rimane di stucco. “Ma non c'è da cambiare
tutta l'antenna per la cosa nuova?” No signora, potrebbe darsi, ma non è la
regola. “Ma l'avevano detto in televisione che c'era da cambiare tutto!…”.
Le cose che non tornano
Ci sono
un po' di cose che non tornano. Per quale motivo la signora crede che
l'acquisto di un decoder possa essere una spesa così rilevante da metterla in
difficoltà? Per darvi un'idea, la maniglia della porta di quella casa
costerebbe più del mio zapperino. Per quale motivo la signora invece di
affrontare la folle spesa del decoder chiama (paga) un antennista perché le
adatti l'impianto per ricevere male gli ultimi residui di analogico, che
peraltro dopo sei mesi verranno anch'essi spenti? Perché di tutta la
comunicazione agli utenti, che pure in provincia di Trento è stata fatta con
criterio, la signora ricorda distintamente solo che “per la cosa nuova bisogna
cambiare tutta l'antenna, sennò si guasta”, informazione peraltro confermatale
dall'antennista?
Ovviamente
un caso singolo non fa testo, ma secondo me tutti, operatori di rete,
associazioni di categoria, enti ed istituzioni dovrebbero darsi rapidamente da
fare affinché episodi come questo diventino semplicemente impossibili. Per
esempio dicendo in TV quanto costa uno zapper. Trincerarsi dietro il libero
mercato è una scelta tartufesca, che si ritorce contro il sistema intero. E a
poco serve dire che sui volantini delle catene di elettronica ci sono i prezzi
in bella evidenza. Chi vive in una pur splendida montagna, ed è lontano dai
centri commerciali, ha ancora lo spauracchio dell'assistenza. Ho fatto notare
la cosa alla signora, che mi ha detto “E se poi si guasta? Questi non vengono
se non l'ha comprato da loro”. Ringraziamo il libero mercato. E facciamoci
tutti un po' di domande, magari sforzandoci di trovare anche le risposte,
possibilmente in fretta.
Il modo
migliore per far accendere il decoder a chi sta a casa, dicevamo, è rendergli
la vita semplice. Certo, sarebbe bene fare in modo che il cittadino che accende
il decoder possa anche trovare dei programmi di proprio gradimento. Uno degli
argomenti più cavalcati quando si parla dei vantaggi che il digitale terrestre offrirà
ai cittadini è la moltiplicazione dell’offerta di programmi e contenuti. Stiamo
andando in questa direzione?
Quanta abbondanza!
Una
delle cose che mi balzò agli occhi quando, in una cittadina a nord della
provincia di Trento e con un’antenna casuale, feci la prima scansione con il
mio zapperino, fu il numero di “canali” trovati: 63 programmi TV. Sessantatré,
e in un’area di switch-over, non in un’isola digitale! Ma allora stiamo andando
nella direzione giusta! Andiamo a vedere che canali erano.
I tre
canali Rai e i tre canali Mediaset, La7, Rai4. E sono nove. Tre canali “+1”,
per ciascuna delle tre reti Mediaset. Dodici. 24 canali a pagamento. I restanti
27 erano PID “vuoti”, di quelli messi lì per “mettere il cappello”. Niente TV
locali, niente contenuti gratuiti di qualità (Iris, Boing, Rai Gulp, …) o
almeno diversi da quelli che si trovano in analogico, niente emissioni
internazionali. Riepilogando: il gruppo più numeroso di canali era quello dei
canali “segnaposto”, cioè che non ci sono. 27 su 63 significa che circa la metà
del totale, semplicemente, non esiste. Seguono i contenuti pay, 24 su 63 ma con
lo zapper non si possono vedere, e siamo a 51 su 63 che danno il nero. Degli
altri 12, i tre “+1” rappresentano una indubbia comodità, ma non credo che
abbiamo messo in piedi il digitale terrestre per questo. I rimanenti 9, beh, si
vedono anche in analogico (per Rai2 e Rete4: male). Stando così le cose, il
periodo di switch-over perde buona parte del proprio senso. Non serve a far
familiarizzare le persone con la nuova tecnologia, attraendole con una nuova e
molto più ampia offerta di contenuti. Riesce invece a costringere i più a
vedere male due reti per un certo periodo di tempo, trascorso il quale non
vedranno più niente del tutto e non si ricorderanno nemmeno come si accende il
decoder, figuriamoci come si sintonizza!
E se non facessimo switch-over?
Mi viene
un dubbio. Non sarebbe il caso di eliminare lo switch-over? E fare direttamente
lo switch-off? Lo switch-over, per come è stato pensato, ha sicuramente un
ruolo importante e ben definito nel processo di passaggio alla TDT. È utile per
gli editori, che hanno modo di verificare sul campo la bontà delle proprie
scelte prima del passaggio irreversibile, è utile per i cittadini, che hanno
modo di toccare con mano i vantaggi offerti dalla nuova tecnologia. A patto che
li mettano in condizione di vederli, questi vantaggi. Forse non tutti gli
editori hanno colto la dimensione collettiva dello switch-over. E ne hanno
invece messo in atto una versione formalmente ineccepibile, ma esclusivamente
pro domo propria. Gli editori avranno sicuramente le loro buone ragioni, ma la
sensazione è che non stiamo cogliendo appieno una importante opportunità, anche
di mercato: se i cittadini vedono solo i lati a sé sfavorevoli del passaggio
alla TDT, che li costringerà pure a mettere mano al portafogli per acquistare i
decoder, la TDT parte male. E invece abbiamo bisogno di entusiasti, di gente
che vede, tocca con mano e crede che i vantaggi ci siano, diversi a seconda
delle proprie preferenze e del proprio profilo di consumo, ma vantaggi per
tutti, e lo racconta in giro. Serve a creare un “sentimento” positivo, perché
di cose che iniziano avendo tutti contro, e pure diversi editori sono in prima
linea in questo sport inopportuno, francamente in questo periodo non ne
sentiamo la necessità.
Polemiche
Un’altra
cosa che mi ha dato molto da pensare sono le tante polemiche che ancora
accompagnano il sistema di ordinamento automatico dei canali LCN. Le proposte
sul tavolo sono tre: abolirlo, introdurre per tutti i canali la numerazione a
tre cifre, lasciare tutto com’è. Nessuna di queste soluzioni mi piace e nessuna
si colloca sufficientemente avanti dal punto di vista tecnologico. Da un lato
provo un certo fastidio nel pensare che qualcuno, a mia insaputa, decida su
quale tasto del mio telecomando io debba trovare un determinato programma. Vero
che posso sempre modificarlo, ma allora a che serve? Dall’altro, il sistema
della numerazione a tre cifre è un rimedio peggiore del male. I sostenitori delle
tre cifre sostengono che così sarà molto attenuata la sensazione di disagio e
di scomodità nel digitare il numero a tre cifre che inevitabilmente sarà
toccato alla nostra piccola emittente locale preferita. Curioso: per rendere
tutto uguale, rendiamo tutto più scomodo. Dovremmo invece rendere tutto più
comodo, non credete? Vedi quanto detto sul “sentimento positivo” poco sopra.
Immaginando
Provate
a pensare se si potesse fare così. Innanzitutto prendiamo atto che non è per
nulla scontato che il cittadino medio ami farsi entrare nel decoder da una
porta segreta e lasciare che qualcuno decida quale tasto deve pigiare per
trovare il proprio programma preferito Tra l’altro, il tasto di quel programma
sarà lo stesso in tutti i telecomandi della città o della provincia, cose da
prima della rivoluzione francese. Poi si dovrebbe imporre per legge che tutti i
decoder o i televisori integrati debbano poter comunicare (senza richiedere
l’uso di opzioni aggiuntive) con un PC che, utilizzando un software gratuito
messo a disposizione dall’Authority, indicherà loro su quale tasto mettere quel
dato programma. E infine imporre ai rivenditori di elettronica e ai centri di
assistenza di offrire, ad un costo giustificabile, un servizio del tipo: caro
signore, scriva su questo foglio come sono messi i programmi sul televisore che oggi ha a casa sua. Il nuovo
decoder o televisore, opportunamente istruito dal personale di vendita o
assistenza col software di cui sopra, li replicherà fedelmente. Se il cliente
lo desidera, altrimenti farà da solo. Le indicazioni valgono solo per i
programmi espressamente indicati dal cliente (in fondo è lui che paga il
decoder, no?), il resto verrà ordinato in base alla frequenza di trasmissione,
come è sempre successo da quando hanno inventato la ricerca automatica. Non nel
digitale, nella TV analogica. Era così difficile?
Attivo nell'ambito delle
telecomunicazioni e della grande impiantistica, Davide Moro si occupa
tipicamente della gestione di grandi progetti operativi o strategici
(comunicazione, metodi e strumenti per la gestione e l'ottimizzazione di
processi aziendali, e la gestione del cambiamento). Ha lavorato per AGIP,
Foster Wheeler, TIM - Telecom Italia Mobile, e Rai Way. Attualmente esercita la
libera professione come consulente nel mondo del Broadcasting.