10 anni di “visioni digitali”
Ecco a voi una
selezione di articoli pubblicati da Broadcast&Production in questi dieci
anni. Troverete analisi e scenari che, col senno di poi, possiamo dire non
fossero poi così fuori luogo, ma anche
qualche nota di “colore” e alcuni corsi e ricorsi che ci aiutano a capire
meglio anche il tempo presente. Il tutto cominciando con il primo Editoriale:
una presentazione, ma anche un programma, al quale ancora ci impegniamo ad
attenerci!
1/1999
Mille e non più mille
di Dario Calabrese e Andrea Rivetta
Il conto alla rovescia è sempre
più incalzante e viene ossessivamente moltiplicato dai media, che in questo
modo altro non fanno se non sottolineare le ansie di stampo millenaristico che
inevitabilmente si accompagnano all' approssimarsi della fatidica data: il
Duemila. Speriamo con buona pace di Nostradamus, da cui ci siamo fatti
"prestare" il titolo per questo primo editoriale, il nostro punto di
vista è che non si debbano proprio condividere queste preoccupazioni
oscurantiste. Certo il mondo sta cambiando rapidamente e non tutto il nuovo è
in assoluto da preferire al vecchio: ma è pur vero che questa società sta
cercando proprio nell' innovazione tecnologica, oltre che spirituale, una via
per gestire al meglio la rivoluzione epocale in atto. Una rivoluzione che ha
come protagonista indiscussa la comunicazione e che sulla via del digitale sta
realizzando nei fatti la totale convergenza dei tanti canali elettronici: il
“villaggio” diventa “mercato” globale. I professionisti che si occupano di
comunicazione devono oggi fare un salto di qualità non solo tecnologico, ma
anche filosofico: col vivere questa fase di grandi trasformazioni andando
direttamente alle fonti dell' informazione, cogliendo le notizie là dove
nascono, senza perdite di tempo e senza mediazioni. Per essere sempre al passo
con la conoscenza delle opportunità più recenti. "Broadcast &
Production Italia" nasce con questo numero, ma come parte integrante di
una realtà editoriale che si chiama Imas Publishing, che da circa vent' anni ha
sede a Washington negli Stati Uniti, e che nel tempo s' è affermata come leader
mondiale nel mondo della comunicazione professionale per operatori
radiotelevisivi e tecnici esperti di audiovisivo. Broadcast&Production Italia sarà vetrina aggiornata dell'
innovazione tecnologica e delle tendenze di settore, sia italiane che estere,
ma anche ponte verso quella globalità
che è diventata regola. Ciò che un tempo era orgoglio nazionalista oggi sa
sempre più di provincialismo; l' esperienza ha senso solo se evolve in questa
nuova dimensione complessiva, altrimenti ha sentore di vecchiezza. Le abitudini
devono cambiare se non ci si vuole trovare superati dai fatti. Broadcast &
Production Italia nasce nell' alveo di una consolidata tradizione editoriale,
ma proiettata sin da questo primo numero al centro degli avvenimenti e del
mercato per accompagnarvi, mese dopo mese, in un avvincente viaggio
professionale che vi permetta scambi di esperienze e il confronto con colleghi
di tutto il mondo. Salutiamo quindi il caro buon vecchio Mille senza nostalgie
o patemi: Broadcast & Production Italia vi accompagnerà con professionalità
ed entusiasmo alla scoperta di questo fantastico, impegnativo Duemila.
1/2000
Il business Broadcast nel mondo
di Steve Dana - Ceo Imas Publishing Group
In tutto il mondo l’industria del broadcast sta vivendo un rilevante periodo di cambiamenti. Viviamo l’avvio dell’era dell’informazione ed è questo il momento per approfittare della rivoluzione digitale. La tecnologia corre in fretta e sviluppa nuove tecniche in ogni angolo del mondo. I fattori relativi a questi cambiamenti tendono a trascendere i confini nazionali: dal Brasile alla Bosnia, dalla Giamaica al Giappone, dall’Indiana all’Italia, il broadcaster è ovunque di fronte alla sfida delle nuove tecnologie.
La situazione complessiva politica ed economica di un singolo paese, fossero anche gli States, non può essere una guida per comprendere il modo in cui questi progressi si realizzano, ma che tali progressi siano in corso è cosa fuori di dubbio: semmai andranno rimarcate le differenze relative a cosa viene adottato, quale sia il programma di sviluppo o quali siano i tempi di programmazione per l’implementazione delle nuove tecnologie. Complessivamente tutto ciò significa però che l’industria del broadcast (che nel mondo sviluppa un business di 4 miliardi di dollari - vedi Tabella 1) nel suo complesso è viva , in buona salute, e piena di opportunità.
Detto in due parole: tutto digitale
Non è una sorpresa che la maggior parte di queste opportunità siano racchiuse in una singola parola: digitale. E questo vale sia per la radio che per la televisione. Il digitale è la chiave per il futuro, la sola domanda è: quanto presto questo avverrà e che “forma” prenderà?
Per la radio la trasmissione digitale sta prendendo strade diverse: dall’Eureka 147 (il Dab) in Europa, Canada, Australia e in molti altri paesi, al sistema IBOC (In band on channel) sviluppato negli Stati Uniti, fino all’esperienza di WorldSpace (sistema di audio digitale da satellite per i paesi in via di sviluppo dell’emisfero meridionale). Altri sistemi basati sul satellite vengono sviluppati per gli Stati Uniti ed il Giappone.
Sul lato della televisione l’ATSC è il sistema scelto dal Nord America, dall’Argentina e da alcune stazioni asiatiche, mentre il DVB è stato scelto essenzialmente in Europa, Australia e India, mentre il Giappone ha sviluppato una sua variante del DVB.
Sia nella radio che nella televisione le differenze per lo più nella codifica e nella frequenza che viene utilizzata un comune scopo finale: avere segnali più chiari, miglior copertura e capacità aggiuntive.
Nella lotta per incoronare dei vincitori e determinare degli standard bisogna ricordarsi che la prima soluzione al traguardo non è detto che sia la migliore e quella definitiva. Per esempio quando lo scopo della tv era quello di migliorare le immagini, il Giappone sviluppò un sistema analogico che trasmetteva un segnale migliorato (emulazione dell’alta definizione); molti consumatori giapponesi hanno acquistato apparecchi televisivi per questo standard, ma adesso si trovano nella condizione di acquistare un altro televisore per poter godere dei benefici della vera alta definizione, completamente digitale, affermatasi successivamente. Il fatto di stare in guardia porta ad una verità evidente del futuro dei nuovi media: il mondo sarà multistandard. Inoltre i broadcaster ed i fabbricanti di apparecchiature per broadcast saranno costretti ad adattare i loro approcci alle nuove tecnologie in modo da rispettare i regolamenti locali (tecnici o non tecnici): questo adattamento ai mercati locali obbligherà a determinare esattamente nei vari casi che cosa si dovrà trasportare su un dato segnale digitale. A loro volta non è da dare per scontato l’uso delle nuove possibilità: i broadcaster useranno la tecnologia digitale per trasmettere audio multicanale e immagini su largo schermo ad alta definizione, o punteranno al maggior profitto usando questa banda allargata per sviluppare nello stesso spazio più canali a definizione tradizionale? O per esempio proporranno un mix di programmi e di servizi interattivi?
La risposta non è immediata e dipende dalla cooperazione tra i broadcaster e i fabbricanti di elettronica di consumo e, naturalmente, dalla risposta dei consumatori stessi. Ma non importa più di tanto preconizzare come queste tecnologie si manifesteranno in ogni singolo paese: oggi prevale il fatto che le tendenze al cambiamento stanno già generando dinamismo e stanno sviluppando nuove opportunità per i fabbricanti di apparecchiature.
Conclusioni
Il modello che sembra si stia sviluppando è articolato su tre livelli di servizi, definiti dalla loro diversità e dalla loro possibilità di raggiungere l’audience:
- il broadcasting tradizionale rimarrà un mezzo di massa, sarà fruito da audience allargate e si proporrà con pacchetti di canali maggiori di 10;
- il cavo segmenterà il mercato più strettamente, offrendo a dei pubblici più selezionati numeri maggiori di canali (oltre i 100);
- Internet realizzerà quello che potremmo chiamare “microcasting”, ovvero renderà disponibili 100.000 e più canali, rivolti ciascuno a audience frazionatissime alle quali offrire qualsiasi programma (dalle cronache delle partite della squadra di quartiere alla dimostrazione video dell’azienda, fino alle applicazioni per il commercio elettronico).
Naturalmente la questione che ci riguarda più di tutte è: questi cambiamenti sono un vantaggio o una minaccia?
Per i fabbricanti di apparecchiature il futuro sembra molto promettente, mentre alcuni settori come i sistemi di antenna o i trasmettitori avranno un boom a breve termine, fintanto che i broadcaster tradizionali passeranno al digitale; altri ancora (che fanno apparecchiature di registrazione, di editing e simili) scopriranno che i professionisti, i quasi professionisti e i dilettanti avranno tutti bisogno di apparecchiature per produrre programmi e non importerà quale sarà il mezzo di distribuzione. Di fatto, poiché Internet rende più facile per tutti diventare un broadcaster, la domanda per queste apparecchiature dovrebbe crescere. Allora, per tirare le somme, diciamo che l’industria del broadcasting è in salute e ci sono nuove opportunità all’orizzonte: pur con le incognite del caso, è un momento veramente eccitante.
5/2000
Da Las Vegas, una sola
certezza: Web, Web, Web
Della Redazione –
Broadcast&Production
Se l’anno scorso era stata l’alta definizione la regina della mostra (tema che vedeva noi italiani ed europei curiosi, ma poco coinvolti), quest’anno Internet s’è svelata a tutti come scommessa attuale, presente e praticabile in via immediata, anzi: urgente. L’edizione 2000 ha consacrato nei fatti (tecnologie e partnership) la convergenza tra i media elettronici tradizionali, radio e tv, e la Rete: convergenza che qui ha preso la forma tangibile di codec e processori, software e sistemi audiovisivi. l Web come canale complementare e integrativo alle normali modalità di diffusione dei programmi, ma anche come alleata nel controllo dei sistemi o vera e propria scelta alternativa a cui finalizzare la produzione e distribuzione. L’affluenza da record di visitatori ha anche dimostrato che il mercato stesso è smanioso di conoscere, di acquisire queste nuove opportunità e di passare all’azione: un’azione peraltro che vede ormai tutti i protagonisti del settore già attivamente impegnati. Per quanto riguarda ciò che esula da Internet, possiamo dire che nelle trasmissioni lo stato solido va prendendo piede in modo ormai imperioso, anche sulle potenze più elevate, che i sistemi di ripresa digitale vanno evolvendo verso livelli di definizione tali da garantire una resa di qualità cinematografica, supportata anche nella riproduzione da sistemi di proiezione ad eccellente resa pure sui formati maggiori e che sempre più software si apre al mondo Windows. Nel mare magnum della mostra, abbiamo forzatamente dovuto operare delle selezioni per il nostro report: scelte che rappresentano anche un servizio al lettore e focalizzano l’attenzione su prodotti e proposte più vicini al mercato italiano. Ciò non significa che questo rapporto concluda in via definitiva il Nab2000: come sempre, gli effetti della mostra si ripercuoteranno sui mesi a venire e quindi non mancheremo di approfondire notizie qui date per necessità di spazio in modo assai sintetico, piuttosto che di aggiungere altre novità che in questo riepilogo non hanno trovato spazio. Per semplicità di consultazione abbiamo diviso il nostro report in due grandi sezioni: la prima parte riguarda le aziende italiane presenti, la seconda le aziende internazionali (per la quasi totalità rappresentate in Italia da consociate o distributori). Ricordiamo infine che i testi di questa rassegna sono anche reperibili in Internet nel nostro sito www.broadcast.it, nella sezione Archivio, nel numero di Maggio 2000 di B&P. La redazione di Broadcast&Production peraltro aveva già giornalmente garantito dal Nab2000 un servizio esclusivo e originale di report quotidiani “in diretta” da Las Vegas: iniziativa,quest’ultima, che ha raccolto un buon apprezzamento da parte dei lettori e delle aziende.
OTT/2000
È anche l’ora della Sat-Economy
di Paolo Dalla Chiara - Sat Expo
Anche in Italia la rete è ormai diventata, come già è avvenuto negli Stati Uniti, uno dei maggiori temi di attenzione per imprenditori, uomini d’affari, giornalisti, uomini politici o anche semplicemente normali cittadini incuriositi. Attorno alla rete si stanno mobilitando attività economiche di ogni tipo, dalle iniziative editoriali che ridisegnano il tradizionale e un po’ stanco panorama del settore dei media a molteplici iniziative imprenditoriali che puntano sulla standardizzazione dei protocolli Internet sia per accedere a nuovi mercati (rompendo le barriere dello spazio e dei confini nazionali), sia per rimodellare la vecchia organizzazione produttiva, così da cogliere in pieno tutte le nuove opportunità consentite dalla velocità di circolazione dei bit. Non a caso, pertanto, la “Net Economy” è diventata di moda. Ma se in questo momento si parla molto di economia digitale, si parla invece un po’ meno di un suo parente stretto e non affatto “povero”: la “Sat Economy”, l’economia del satellite. Se sino a poco tempo fa l’associazione più naturale, parlando di satelliti, era quella con le grandi conquiste spaziali o magari con le polemiche sorte attorno allo scudo stellare americano, oggi il satellite sta conoscendo una dimensione completamente rinnovata. Che l’economia spaziale stesse vivendo un momento di grande vivacità lo si intuiva da tempo, ma la certificazione dell’esistenza di un vero e proprio boom della Sat Economy la si è avuta durante l’ultimo World Economic Forum di Davos, quando è stato annunciato che gli investimenti per i satelliti civili di telecomunicazione hanno, per la prima volta nella storia dello spazio, superato gli investimenti governativi: secondo le ultime rilevazioni, nel 2000 gli investimenti commerciali risulteranno di 55 miliardi di dollari contro i 41 miliardi di dollari ad uso militare. Se due anni fa gli investimenti dell’industria spaziale ammontavano a 80 miliardi di dollari, quest’anno la spesa complessiva per lo spazio dovrebbe arrivare a 96 miliardi di dollari, per salire, secondo stime forse in difetto, a ben 182 miliardi di dollari nel 2006. Un vero e proprio boom, dunque, che porta soprattutto un nome: telecomunicazioni. Ben il 50 per cento degli investimenti dell’industria spaziale sono infatti destinati ai satelliti per le tlc, in costante crescita anche quanto ai ricavi commerciali che generano. Il “carburante” che sta contribuendo in maniera decisiva a questa accelerazione del motore dell’economia spaziale è costituito dalle applicazioni più innovative: Internet e servizi a larga banda. Il boom dei servizi satellitari sta infatti impartendo una spinta decisiva anche alle industrie collegate, come quella televisiva, dei servizi digitali e, soprattutto, di Internet. E’ in questo contesto che si colloca SAT Expo, il sesto salone nazionale delle Telecomunicazioni via Satellite che si tiene alla Fiera a Vicenza dal 27 al 30 ottobre. Si tratta di un incontro professionale per tutti coloro che in Italia lavorano nel mondo della comunicazione satellitare: dai maggiori broadcaster (RaiSat, Tele+ D+, Stream) ai carrier (Astra, Eutelsat) ai service operator (Telespazio, British Telecom, France Telecom, ecc.), dalle grandi brand di produttori di elettronica di consumo, agli operatori di servizi multimediali, ma soprattutto le aziende d’installazione e gli installatori. Particolare rilievo dedichiamo quest’anno, con uno lo spazio espositivo tematico Fast Internet, alla novità del momento: le trasmissioni Internet via satellite. Le antenne paraboliche installate in Italia sono circa 2.300.000: un successo straordinario dovuto alla tecnologia digitale e ai costi contenuti e a dispetto delle difficoltà che spesso si incontrano nell’installazione. Il satellite si è affermato come il primo mezzo in grado di attuare il broadcasting digitale: ottima qualità, unitamente ad un maggior numero di canali e servizi, sono gli aspetti qualificanti di una tecnologia che in breve ha prevalso sull’analogico. Oggi la nuova realtà satellitare si chiama multimedia e rappresenta la nuova frontiera delle telecomunicazioni spaziali. Televisione digitale, pay tv, pay per view, Internet, push e pull si vanno a consolidare in un unico sistema trasmissivo. Una rete in grado di servire contemporaneamente e senza colli di bottiglia le grandi città come i piccoli centri, raggiungendo regioni geografiche vastissime, dai paesi dell’Africa del Nord fino alla Scandinavia, dall’Europa dell’Est fino all’Atlantico.
1/2001
Il DVB in Italia nel
2006, magari...
di Andrea Rivetta - Broadcast&Production
Quella offerta dal DVB-T è certamente una gran bella opportunità per gli operatori del settore, ma certo è che in Italia, più che in altri Paesi Ue, la transizione dal dominio analogico è maggiormente incerta e caratterizzata da una serie di incognite, a partire da quelle sul fronte delle leggi e delle norme. Non dobbiamo dimenticare infatti che in Italia esiste una situazione figlia legittima della fase iniziale dello sviluppo della Tv privata, durata dalla fine degli anni 70 al 1992, in cui il sistema è stato privo di norme precise di assegnazione dei canali. Dunque oggi si devono ancora fare i conti con una situazione generale in cui la realtà dell’impresa radiotelevisiva occupa lo spazio nell’etere in virtù di una certificazione di fatto di quanto spontaneamente realizzatosi e non sulla base di un progetto preliminare e delle assegnazioni di canali. In tali circostanze, è evidente, ogni editore Tv rivendica il diritto a garantire la propria impresa, e questo è in conflitto con la necessità tecnica di aprire adeguati spazi su scala nazionale per avviare in modo efficace ed omogeneo la sperimentazione delle trasmissioni digitali. Da parte dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Authority indipendente) è venuto nel 2000 un ponderoso studio, chiamato Libro Bianco per lo sviluppo delle trasmissioni digitali in Italia, che ha il pregio di essere stato realizzato coinvolgendo attorno allo stesso tavolo anche i rappresentanti delle emittenti radiotelevisive, nazionali e locali, ai vari livelli. Questo ha permesso di sviluppare un progetto che avesse, il più possibile, dei concreti riferimenti alla realtà dei fatti e che non fosse un puro studio accademico e teorico. Da questo studio si evidenzia che il solo modo per avviare a breve la sperimentazione del DVB-T in Italia è quello chiamato “a macchia di leopardo”. Cioè si dice che, anche se sarebbe previsto che fossero liberati specifici canali, uguali sull’intero territorio nazionale, in realtà è più pratico e più facilmente realizzabile iniziare le trasmissioni là dove già esiste una qualche disponibilità di canali liberi. Infatti l’esproprio di canali teoricamente previsti per il digitale, ma oggi occupati per trasmissioni analogiche da televisioni nazionali e locali (magari da vent’anni), genererebbe una serie di ricorsi in Tribunale e un contenzioso giudiziario che finirebbero col fare arenare sul nascere l’intero programma di digitalizzazione. In questa situazione è evidente che, di conseguenza, prevale il concetto dello sviluppo di reti MFN (Multi Frequency Network), piuttosto che di reti SFN (Single Frequency Network), ma questo in fondo non sarebbe certo un gran problema. Semmai c’è da chiedersi se l’Italia possa realmente rispettare i tempi dati dall’attuale Governo, che fissa al 2006 lo switch off dell’analogico, a vantaggio del DVB-T. Il dubbio è lecito anche riflettendo come in altri paesi Ue siano stati fissati termini scaglionati più avanti negli anni. Nonostante queste realtà stiano già sperimentando il digitale in modo intensivo, non hanno l’assoluta certezza di rispettare le loro stesse scadenze. Dal 1998 si sta trasmettendo DVB-T in Gran Bretagna, mentre dal 99 in Spagna e Germania e da quest’anno in Norvegia, Finlandia e Olanda. I danesi parlano di 2008 quale termine e il resto d’Europa del 2010… e da noi non esiste ancora neppure un programma di sperimentazione. Uno studio di Juppiter Communications (www.jup.com) ipotizza genericamente per la DTV le seguenti penetrazioni nel 2003: 52% in Gran Bretagna, 41% in Danimarca, 40% in Germania, 35% in Svezia, 33% in Norvegia, 30% in Spagna, 29% in Francia, 28% in Finlandia, 26% in Olanda e, fanalino di coda, 13% in Italia. Ma attenzione: stiamo parlando genericamente di televisione digitale, quindi comprendendo anche il satellite e altre piattaforme! Se pensiamo che nel 1998 (fonte: European Audiovisual Observatory) l’Italia vanta di contro una penetrazione della Tv terrestre analogica pari al 94.6% (il massimo in Europa, anche rispetto all’81.4% della Spagna, al 79.8% della Francia o al 68.6% in UK), e che questa genera un mercato pubblicitario (solo per citare un aspetto) nell’ordine dei 6mila miliardi di lire all’anno, è evidente che tale transizione, pur a fronte della sicura messe di vantaggi che potrà garantire all’utenza e ai broadcasters, non può esse immune alle inevitabili resistenze che l’accompagnano, soprattutto rispetto all’obiettivo di rimpiazzo totale della Tv analogica. Né bisogna stupirsi se i principali operatori non sono entusiasti nel lanciarsi in tale avventura: infatti sono richiesti enormi investimenti (tecnologici, ma anche per il sacrificio delle presintonie da parte dell’utenza dei canali analogici che sarebbero da destinare al digitale). Tali sacrifici possono realisticamente realizzarsi solo nel momento in cui il quadro normativo darà precise certezze a simili sforzi imprenditoriali. Dunque si fissi il 2006 per il DVB-T, ma senza poi stupirsi se tale scadenza dovesse poi spostarsi, senza voler esagerare, un po’ più in là… magari al 2012.
6/2001
La radio digitale ha un futuro
di Sergio Natucci - RNA
La radio digitale è morta, anzi non è mai nata. Lo pensano in molti, altrettanti lo sperano. Mi dispiace, ma non è così ed ho buoni motivi per affermarlo con decisione. Si può giustificare questa affermazione semplicemente ricordando che non si può fermare l’innovazione tecnologica. I radiofonici di buona memoria ricorderanno certamente l’introduzione della Modulazione di Frequenza in America negli anni Trenta. Una storia di entusiasmi, ma anche di indifferenza, di riluttanza e scetticismo da parte dei broadcasters dell’epoca. Sarà poi, proprio l’Fm, lo strumento della rinascita radiofonica prima negli Usa e più recentemente, nel Vecchio Continente. Ora la posta in gioco è ancora più alta. La nuova sfida è la convergenza tra i media.
Chi non partecipa rinuncia allo sviluppo, perderà valore, forse si consolerà con offerte di nicchia. Ma la radio è già oggi una nicchia nel villaggio globale della comunicazione, dunque sarà più probabile una lenta uscita di scena, un declino inarrestabile. Dunque viva la radio digitale, ma attenzione: occorre fare anche alcune precisazioni. Il DAB Eureka 147 non è la radio digitale: è una delle possibilità offerte per diffondere programmi digitali. Il DAB nasce alla fine degli anni ‘80 sostenuto dall’UER (Unione Europeenne de Radio-Television), la potente associazione del settore radiotelevisivo pubblico. Questo nuovo standard doveva essere l’arma segreta per vincere la guerra lampo contro l’avanzata dilagante dell’emittenza commerciale. Nel 1995 in Germania, a Wiesbaden, si celebra la conferenza internazionale per coordinare le frequenze su cui effettuare, in ciascun paese, le nuove trasmissioni. Il futuro è pronto e confezionato a misura in base alle esigenze della radio pubblica. Il sogno si infrange con la realtà del mercato.
Senza il settore privato non c’è sviluppo, i ricevitori DAB non approdano sugli scaffali dei negozi, rimangono un’immagine virtuale e i prezzi, non c’è dubbio, sono poco allettanti. L’industria raffredda gli entusiasmi, rallenta la produzione consumer. Il segnale è chiaro.
Così anche i servizi pubblici devono rivedere la loro strategia, quasi una marcia indietro. Si aprono le porte della collaborazione, possibilmente secondo le regole volute dall’Uer, nasce l’Euro DAB Forum (oggi World DAB Forum) si tenta di imporre il DAB come lo standard di tutti, senza affrontare i nodi di base: i costi e le frequenze. Il vero ostacolo alla diffusione del DAB è la scarsa disponibilità di frequenze per la radiofonia privata. I nodi vengono al pettine in tutta Europa e il DABva in crisi nei Paesi scandinavi, in Germania, in Francia in Belgio e Olanda. In Italia la crisi è più contenuta solo perché gli editori nazionali non lasciano campo libero alla Rai. La storia del DAB è dunque controversa e ciò ha provocato non pochi danni. Sfiducia e scetticismo hanno favorito mille illazioni che indicavano altrettanti destini per la radio. Nessuno, ovviamente prevedeva la sopravvivenza di questo medium in modo autonomo e originale. La radio vuol essere artefice del proprio sviluppo. La gestione delle reti digitali è fondamentale per lo sviluppo, in particolare per i media più deboli. Il DAB dunque non può e non deve essere abbandonato, ma dovranno essere rivisti i concetti di base, affrontando il nodo delle frequenze per offrire uno spazio adeguato a tutti i soggetti oggi operanti. Il DAB rischia di essere già tecnicamente obsoleto quando sarà applicato. Non servono più le belle brochures del World DAB Forum, occorrono azioni concrete. Il Forum, dove regna sovrana la supremazia degli interessi della radio pubblica, tenta solo di rimandare i problemi concreti nell’illusione che prima o poi il mercato si piegherà davanti al DAB. Per sostenere lo sviluppo, per accelerarlo occorre un bagno di realismo. Il DAB, deve essere chiaro, non ha e non può avere l’esclusiva per la trasformazione digitale della radio. L’Europa è sempre più integrata e i flussi di mobilità all’interno dell’Unione richiedono adeguati servizi a ricezione mobile, tra cui la radio. Esiste una nuova opportunità offerta da World Space per la diffusione di programmi radiofonici digitali a ricezione diretta da satellite. World Space, è oggi un progetto industriale molto interessante. Nato da un’iniziativa privata destinata a favorire la comunicazione in Paesi in via di sviluppo si è con il tempo trasformato. L’ingresso di Alcatel nella compagine societaria e il rinato interesse verso la diffusione radiofonica nei paesi europei ne fanno un partner molto interessante per i broadcasters commerciali. World Space, come i progetti americani Sirius e XM, propone un servizio integrato da satellite e terrestre per una diffusione digitale particolarmente destinata alla ricezione mobile su grandi aree. Non riteniamo che World Space sia alternativo al DAB, bensì integrativo per poter proporre un completo sviluppo della radiofonia. World Space è un progetto di mercato con una chiara vocazione commerciale che non nasconde alcuna discriminazione a danno dei radiofonici privati.
La RNA, pur non rinunciando allo sviluppo delle reti terrestri DAB, sta stringendo un accordo con World Space per la diffusione di programmi digitali dei propri associati, superando così una sciocca diffidenza verso questo progetto, alimentata soprattutto da chi pensa ancora che il DAB sia uno strumento di selezione e non già un’opportunità per la radio. I pessimisti avranno dunque vita dura ed altrettanto sarà per chi sogna un antico egemonismo.
9/ 2001
Digitale: dal dire al fare
di Andrea Rivetta - Broadcast & Production
L’IBTS è stato sottolineato quest’anno dalla headline “Crossmedia Marketplace”: uno slogan molto impegnativo e che può persino suonare un po’ troppo “avanti” rispetto alle tribolazioni di noi comuni mortali che, semmai, ci ritroviamo a correre dietro alle cose e a volte pure con un po’ di fiatone. Peraltro questo voler stare avanti un passo è la ragione per cui una manifestazione come quella italiana, ma anche un NAB o un IBC, tanto per dirne due (anzi: le prime due), possa veramente proporsi come occasione per una giustificata visita. Dopo aver partecipato praticamente a tutte le fiere rilevanti dell’anno, a una conclusione di fondo ci siamo arrivati: bisogna sicuramente continuare a “guardare avanti”, ma adesso bisogna anche passare ai fatti! All’alba del 2002 è giunto il momento di lasciar perdere le chiacchiere su quello che si potrebbe o si dovrebbe fare nel mondo del broadcast: bisogna semplicemente cominciare a farlo. Il digitale adesso c’è, eccome. Non c’è elemento di produzione, post-produzione, editing, archivio, playout o trasmissione che oggi non si proponga anche con una soluzione digitale (o solo con quella). Certo la realtà della creatività audio e video in digitale è cosa fatta, mentre le trasmissioni in DVB-T o in DAB, per fare un esempio, sono ancora in divenire… ma è solo questione di tempo (ragionando non in anni, ma in mesi). Sgonfiata la bolla dell’Internet nelle sue applicazioni fuori luogo, popolarizzato o quasi il satellite, nel bel mezzo delle battaglie in atto per disegnare lo scenario del digitale terrestre nei vari Paesi, ciò che resta da fare a un broadcaster è trovare i soldi e la voglia e proporsi come protagonista di questo neo-pionierismo che vede coinvolte anche le TLC, le web company e molti altri soggetti in competizione. Pieno di eccitazione e determinazione, il broadcaster deve rimettere armi e bagagli sulla sua caracollante diligenza-impresa (quella già usata negli anni ’70 e ‘80, per capirci) e partire verso l’Ovest dei media elettronici, verso la nuova frontiera imposta dalla convergenza (e riusiamola pure questa parola, che adesso ci azzecca davvero), per partecipare alla corsa all’oro della multimedialità applicata al business.
Come tutti i viaggi della speranza e del sogno, ovviamente anche questo nasconde sicuramente grandi rischi (compreso quello di lasciarci le penne) e delusioni cocenti… ma solo chi ci proverà e riuscirà potrà dirsi a pieno titolo operatore della comunicazione del Terzo Millennio.
Radio e tv, nazionali e locali, società di produzione e post-produzione, grandi e piccole: tutte indiscriminatamente sono chiamate a fare l’Impresa. Che dice lo slogan di una delle fiere? “Chi non c’è, non ci sarà”. Mai stato così vero.
“Ma che piffero vanno cercando questi qua?” direte voi, che siete arrivati a leggere sin qui, nonostante abbiate un sacco di lavoro che urge. È molto semplice: siccome campiamo grazie a voi che leggete, non avete idea di quanto ci stia a cuore il vostro (e il nostro) futuro come imprenditori e/o editori (o tutti e due). Il fatto è che adesso bisogna andare al sodo: imparare bene come funzionano tutte queste opzioni digitali, scegliere se si vuole fare la radio in Internet, un canale tematico satellitare, il network provider DVB, o quello che vi pare più interessante… e farlo! Bisogna imparare a menadito la materia, trovare partner tecnologici disponibili e all’altezza e cominciare a sperimentare in prima persona le nuove strade. Questa svolta, dal dire al fare, deve contagiare tutti, a partire da noi chiacchieroni della stampa di settore: abbiamo in mente un Broadcast&Production sempre meno disponibile (lo siamo già poco, peraltro) a fare da tribuna delle speculazioni su “quello che si dovrebbe fare”. Vogliamo essere sempre più strumento per raccontare con esempi concreti di coloro che stanno davvero facendo cose nuove e originali.
Noi di B&P una modesta “provocazione”, ma coerente con questo sermone, l’abbiamo anche già fatta: proprio ad IBTS, grazie alla collaborazione con Domina, Equart e Virgilio, abbiamo prodotto IBTS Channel, una web Tv dedicata alla fiera: il giornale di cara, vecchia carta stampata ha fatto la Tv! Questo per noi è stato il “crossmedia” applicato nei fatti, non solo uno slogan o… un fioretto. Siamo poi tornati nei ranghi (B&P non va solo on line e resterà on paper ancora per un po’), ma siamo contenti di aver realizzato un piccolo, ma tangibile esempio, per dimostrare come, grazie al digitale, chi vuole può dar vita a progetti concreti e inediti da subito.
La vera rivoluzione passa attraverso l’impegno individuale di tutti i player: dei broadcaster che investono, oculatamente, ma investono; delle aziende fornitrici, più orientate a partnership con i clienti nel progettare-verificare-sviluppare soluzioni immediate; delle fiere, soprattutto di quelle nostrane, che devono prestare più attenzione alle esigenze reali del mercato e fare la fatica di ripensarsi e uscire da cliché ormai superati (perché non basta “predicare” il rinnovamento e vendere metri quadri di expo: bisogna avere l’umiltà di parlare di più e preliminarmente con i propri interlocutori ed elaborare risposte più concrete). La sensazione è che nei prossimi cinque anni dovremo, proprio tutti, rimetterci in discussione e… farci “un mazzo tanto”! E se qualcuno pensava di essere “arrivato”, probabilmente i fatti gli dimostreranno che aveva ragione. Sarà effettivamente arrivato… al capolinea.
9/2001
Broadcaster, parlami in
Mbit/sec...
Di Ing. Annamara Rossi - BarcoNet
La Tv digitale offre nuovi orizzonti ed opportunità, favorendo interessanti scenari di mercato per Operatori Multiservizio. Con il mondo digitale viene introdotto il concetto di pluralismo dei Fornitori di Contenuti e libera concorrenza tra gli Operatori di Rete. I nuovi Operatori Multiservizio all’ingresso del mondo Broadcast, sono stimolati ad entrarvi dalla presenza di un forte cambiamento nel mercato. È necessario comprendere tale cambiamento ed è necessario sostenerlo perché l’offerta della Tv digitale sarà potenziata in quantità e qualità dei servizi all’utente. Inoltre il maggiore vantaggio oggi riconosciuto da tutti gli operatori resta il fatto che a parità di frequenze il numero di programmi potrà quadruplicarsi o quintuplicarsi. La qualità delle immagini e dei suoni migliorerà e sarà possibile un uso più efficiente dell’etere, liberando spazi per altri servizi televisivi (data broadcasting) o di TLC. La capacità del mondo delle frequenze terrestri è infatti limitata. Dal punto di vista dell’utente sarà possibile inoltre ricevere anche servizi interattivi tramite il set-top-box (il decoder) oppure il più costoso televisore integrato, che includerà il decoder digitale. Un altro vantaggio del digitale terrestre, rispetto al cavo o al satellite, è quello di permettere la mobilità del servizio, grazie ad una semplice antenna. Non ultimo, ricordiamo il beneficio che si trae come Fornitore di Contenuti nel poter gestire una propria articolazione in programmi regionali o locali. Il mercato del “Broadcast”, tradizionalmente “protetto” e di nicchia, viene ad essere rivoluzionato dal concetto di trasmissione digitale. In questa rivoluzione la Tv digitale assume un connotato di mercato molto più ampio e diversificato. Ma la diversificazione in ogni contesto economico significa nuove regole e nuovo mercato con conseguente probabilità di successo nel mercato stesso inferiore. Ogni operatore deve dunque riflettere sul cambiamento e decidere come affrontare lo stesso in modo vincente. Se analizziamo lo stato dell’arte del mercato Tv, oggi troveremo ancora buona parte di operatori che lavorano in un contesto tradizionale. Il “ Tv Broadcaster” è oggi contemporaneamente Fornitore di Contenuti e Operatore di Rete (la sua) in uno schema ad integrazione verticale. Per la Tv digitale la catena del valore può diventare orizzontale, comprendendo Fornitori di Contenuti che devono gestire gli aspetti relativi al contenuto, mentre le problematiche di carattere trasmissivo e tecnico posono essere delegate all’Operatore di Rete. Questo modello “spacchettato” introduce nuove regole e può generare nuovi operatori che agiscono in regime di libera concorrenza. Con tali nuove regole è ovvio che gli operatori emergenti multiservizi (come Telecom) abbiano maggiore dimestichezza con il mondo digitale e vogliano concorrere per la gestione delle Reti. Quindi un Operatore Broadcast tradizionale può conservare il controllo della Distribuzione e, anzi, avere grandi spazi di sviluppo, ma solo se si confronta subito con il cambiamento. Dal punto di vista tecnico, un operatore di Rete deve arricchire la sua competenza, seguendo una strada a schema convergente sui due mondi Broadcast e TLC. Ma facciamo un semplice esempio. Un Tv Broadcaster si pone la seguente domanda: “Ma se io ho una frequenza da 8 Mhz disponibile, quanti canali video digitali posso trasmettere?". In realtà la domanda è: “Con una banda utile disponibile di X Mbit/sec, quanti canali digitali posso trasmettere?”. Dalla frequenza di trasmissione alla banda utile il passaggio è comprensivo delle fasi di codifica e compressione del segnale.Un esempio semplice di codifica: consideriamo un audio digitale di qualità Cd, Mpeg 1 non compresso, che occupa una banda utile di 1.4 Mbit. E infatti è un segnale a 44.1 Khz (frequenza audio) X 2 (segnale stereo) X 16 bit (qualità Cd). Perciò un canale video di qualità Cd, occupa una banda utile di 1.4 Mbit/sec. Per la compressione lo standard utilizzato è l’Mpeg 2. A parità di banda utile, consente ovviamente una migliore qualità audio/video. E si potrebbe continuare a lungo con “test” analoghi... ma qui volevamo solo sottolineare come debba cambiare la mentalità sui problemi quotidiani. Comunque: rispondete alla prima domanda individuando la relazione matematica tra 8 Mhz ed X… oppure consultate il sito www.dvb.org!
1/2002
Radiotv locali e digitale: nuovo ruolo, nuovo business
di avv. Marco Rossignoli - Aeranti-Corallo
Come è noto il D.L. 23/01/01 ha introdotto i principi normativi di base per il passaggio alle trasmissioni digitali terrestri: ha stabilito che il piano di assegnazione delle frequenze per le trasmissioni radio digitali debba essere emanato entro il 30/06/2002, quello per le trasmissioni Tv digitali entro il 31/12/2002 e che le trasmissioni Tv dei programmi e dei servizi multimediali su frequenze terrestri debbano essere irradiate esclusivamente in tecnica digitale entro l’anno 2006; la legge ha inoltre istituito le nuove figure di “fornitore di contenuti” (chi avrà la responsabilità di predisporre i programmi destinati alla diffusione) e di “operatore di rete” (chi avrà il diritto di installare ed esercire gli impianti di trasmissione per diffondere i programmi prodotti dai fornitori di contenuti). La legge 66/01 ha poi previsto l’adozione, da parte del Ministero delle Comunicazioni, di un programma per lo sviluppo e la diffusione della nuova tecnologia digitale su frequenze terrestri e da satellite e per l’introduzione dei sistemi audiovisivi terrestri a larga banda, individuando contestualmente misure a sostegno del settore. Infine la legge ha previsto che i provvedimenti abilitativi per la diffusione delle trasmissioni radio e Tv in digitale debbano essere rilasciati dal Ministero delle Comunicazioni sulla base delle condizioni definite in un regolamento adottato dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.
Il Ministro con decreto del 24/07/01 ha emanato il programma di propria competenza per quanto riguarda il digitale Tv e con decreto del 14/11/01 ha emanato quello radiofonico. L’Autorità con delibera del 14/11/01 ha emanato il Regolamento per le trasmissioni digitali terrestri. La preoccupazione degli editori locali era quella di ottenere condizioni tali da permettere anche il loro effettivo accesso alle trasmissioni digitali. Il dibattito generato dal convegno organizzato da Aeranti-Corallo nel settembre 2001 (“La radiotelevisione digitale deve essere anche locale”) ha portato all’accoglimento di molte proposte in quella sede formulate: in particolare sono state introdotte norme che permettono l’effettivo accesso delle locali, oltre che all’attività di fornitore di contenuti, anche alla più importante attività di operatore di rete; è stata introdotta la riserva di un terzo della capacità trasmissiva del piano delle frequenze Tv digitali a favore delle locali; è stato disciplinato il titolo preferenziale previsto dalla L.66/01 a favore delle Tv locali; è stato ribadito il divieto di differenziazione di segnale e programmi dati per le emittenti nazionali (fatta salva la Rai); è stata prevista la possibilità di svolgere attività di syndication da parte delle locali. Inoltre per la radio il regolamento ha previsto parità di trattamento a tutti i richiedenti l’abilitazione alla sperimentazione, in relazione all’effettiva disponibilità delle frequenze. Ora però è necessario che il Ministro delle Comunicazioni emani una circolare esplicativa delle modalità di presentazione delle domande per le trasmissioni sperimentali e per il rilascio delle relative abilitazioni. In materia radiofonica sono poi importanti alcuni passaggi del programma per lo sviluppo del digitale (approvato dal Ministro delle Comunicazioni) che pure recepisce molte osservazioni di Aeranti-Corallo; in particolare si evidenzia che “per consentire uno sviluppo su vasta scala, potrà rivelarsi utile, se si creeranno le condizioni, una rinegoziazione a livello europeo delle frequenze attribuite all’Italia dalla Conferenza di Wiesbaden, che oggi sembrano inadeguate sotto il profilo quantitativo, anche in considerazione del fatto che l’utilizzo della banda VHF-III e della banda UHF-L non consentono, come sopra rappresentato, una identica diffusione del segnale e, pertanto, non offrono parità di condizioni tra tutti gli operatori”. Inoltre il programma individua correttamente gli obiettivi per lo sviluppo e la diffusione in Italia della nuova tecnologia di trasmissione. Da quanto detto sopra consegue che la normativa ha introdotto una serie di principi che permettono innanzitutto alle emittenti Tv locali di passare effettivamente al digitale (mentre per la radio, locale e nazionale, occorrerà verificare le effettive condizioni di mercato che al momento non paiono sussistere). Ora pertanto spetta agli editori Tv locali impegnarsi a fondo per realizzare nei fatti questo passaggio. Qualcuno potrebbe essere tentato di cedere i propri canali alle reti Tv nazionali, uscendo quindi di scena o limitandosi a svolgere l’attività di fornitore di contenuti. Sarebbe un errore imperdonabile. Chi saprà convertire la propria impresa all’attività di operatore di rete locale, potrà veicolare sui propri canali i segnali di fornitori di contenuti e di servizi, realizzando un business che in breve tempo garantirà una redditività certamente superiore a quella derivante da una vendita dei canali. L’imperativo pertanto è quello di non vendere, ma di trasformarsi da semplice impresa Tv in operatore di telecomunicazione locale. Questa è la sfida che lanciano le televisioni locali di Aeranti-Corallo.
5/2003
Mille e più di mille
all’IBC
della Redazione – Broadcast&Production
Per la prima volta nella sua storia l’IBC ha superato il numero di 1.000 marchi presenti all’expo. Un esorcismo contro la crisi e risultati di affluenza (complice certo la mancanza di europei allo scorso NAB) tali da far tornare a qualcuno (non a tutti, in verità) la voglia di sorridere e sperare in un 2004 di ripresa.
5/2004
L’audio cambia pelle
alla 116a edizione europea dell’AES
di Marguerite Clark
“Con questa convention, lo stile del business dell’audio professionale è cambiato nuovamente. Gli espositori hanno presentato una quantità di nuovi prodotti superiore a quanto fatto negli anni precedenti” ha dichiarato Roger Furness, direttore esecutivo della Audio Engineering Society (AES). Furness ha proseguito affermando che “sono evidentemente aumentati in modo significativo gli investimenti per la ricerca e sviluppo di nuove tecnologie, così come è cresciuto l’interesse per le stesse da parte degli utenti”. La radio è stata protagonista di un simposio, nei giorni precedenti la convention, che ha attirato più di 170 persone e che era focalizzato sugli effetti del suono multicanale in radio. Durante uno degli interventi convegnistici, David Wood (responsabile per i nuovi media dell’ EBU) ha parlato di un futuro in crescita per la radio in Europa e ha anche enfatizzato l’importanza del mezzo, per il quale si prevede un’immediata ripresa e un futuro a lungo termine. Wood ha dichiarato che “la radio è il medium più credibile secondo il giudizio dell’utenza: in particolare il modello radiofonico europeo. Certamente la radio dovrà necessariamente abbracciare le nuove opportunità tecnologiche, ovviamente considerando anche la frontiera dell’audio multicanale”.
4/2005
Qualcuno si è fatto una… Mezza idea sul NAB
di Michele Mezza - RAI
Come sempre il NAB rende visibile la tendenza vincente del momento e propone una bussola sensibile per decifrare i processi del futuro. Sulla stretta attualità , mi pare che a Las Vegas sia stata ratificata la completa transizione della filiera televisiva sul protocollo IP. Diciamo che si considera conclusa l’evoluzione del sistema industriale del broadcasting che ormai si assesta tutto nel nuovo ambiente multimediale: Internet diventa la fabbrica e non più la vetrina della televisione. Tutti i grandi marchi dell’industria televisiva hanno presentato infatti sistemi e processi di produzione e distribuzione tutti Internet Integrated.
Questo comporta una completa e drastica riclassificazione del modello produttivo della Tv: nuova procedura, nuove figure professionali, nuovi modelli di business. Il driver di questa fase è la cosidetta produzione a matrice, ossia produrre un singolo contenuto e poi di declinarlo su ogni qualsivoglia piattaforma. Grazie a questa soluzione il digitale diventa realmente un’economia di scala e non un tassa insopportabile come diventa in Italia, dove nel broadcasting la diversificazione dei formati avviene per aggiunta e non per integrazione, allungando la filiera produttiva.
Basta vedere i prodotti presentati da Sony, Panasonic, Microsoft, Apple, Avid. Sono tutti incredibilmente improntati ad un unico modello di workflow che la Sony identifica - bonta’ sua - con la pionieristica esperienza di Rainews24.
Si tratta di identificare, in sostanza, un luogo unico dove concentrare tutti i flussi di entrata nella redazione, luogo che non può non identificarsi in Internet perchè è dalla rete che verranno, in maniera sempre più alluvianale i contenuti news. Se non si affronta questo scoglio , ridisegnando le mappe professionali e gli assetti redazionali, quando ad esempio si parla di riforma della RAI, rischiamo di disegnare castelli in aria, dove concetti quali: divisione contabile, separazione di missione, specializzazione produttive, diventano solo metaforiche suggestioni. Il secondo punto che emerge da Las Vegas, e che riguarda invece una visione più strategica, investe proprio l’idea di televisione al tempo del digitale. I due corni del ragionamento sono rappresentati dal modello Sony e dal Modello Microsoft. In sostanza Sony è venuta a presentare una serie di soluzioni ( nuova telecamera in alta definizione dal ridicolo costo di 4000 euro, nuovo sistema produttivo integrato, nuovo schermo a 72 pollici con definizione cinematografica che fra due anni costerà non più di 1800 euro) che presuppone una televisione che loro definiscono “Rich”: una Tv di grande e spettacolare intrattenimento dove l’alta definizione diverrà una pretesa sociale e dove i sistemi utente, come appunto i grandi schermi, imporrano grandi e costosissime produzioni ( film, sport, eventi in real time). Diciamo questa è la Tv del tempo libero che sarà preda di tre o quattro gruppi a livello mondiale. Sul versante opposto Microsoft propone il modello “Light”: la televisione sempre più leggera, legata alla velocità e alla stretta attualità, la Tv del tempo sociale, una televisione di informazione continua, di servizi, di narrazioni locali, questa sarà ancora la Tv nazione. Si tratta di capire dove collocare RAI, sapendo che dobbiamo dare al servizio pubblico un campo operativo dove sia credibile acquisire un primato: un servizio pubblico che non sia leader in almeno un settore non regge. Credo che questa discussione possa aiutarci a sciogliere i nodi che abbiamo davanti, rimuovendo rigidità corporative e provincialismi culturali.
4/2006
Ciao, Dario.
di Andrea Rivetta – Broadcast&Production
Io a Dario Calabrese, soprattutto, volevo bene. E chi lo conosceva sa che non era poi così facile essere “affettuosi” con lui. Estroverso e colto, affascinante e sempre pronto all’iniziativa, aveva anche un carattere assai esigente e a volte persino duro. Lavorare con lui, per fortuna, non è stato sempre facile. Pretendeva la precisione, anche nelle piccole cose: è in questo modo che negli ultimi 10 anni mi ha insegnato il mestiere di giornalista. Vantava una cultura enciclopedica e quando si trattava di fare scelte, in particolare durante un viaggio, fossimo a Rimini o a Tijuana, che si trattasse di sapere qualcosa della cultura locale o di scegliere un buon ristorante, lui sapeva sempre dirti dove fosse meglio andare e cosa fosse più opportuno scegliere: era un vero e proprio “Baedeker Vivente”. E lo stesso accadeva sul lavoro: nomi, date, circostanze, evoluzione storica di aziende e tecnologie. Tutto era sempre chiaramente definito e organizzato nella sua mente. Una certezza delle cose che però si accompagnava alla disponibilità ad ascoltare i giudizi altrui, a riflettere sulle obiezioni dell’interlocutore e, se convinto dalla robustezza delle tesi dell’altro, a cambiare parere. Formazione al politecnico, campano di nascita, mi piaceva ogni tanto prenderlo in giro dicendogli che era “ingegnere nei dettagli e napoletano nelle strategie”: era capace di far smontare una pagina del giornale anche all’ultimo minuto per correggere un refuso del tutto banale, salvo poi prendere una decisione importante senza curarsi troppo delle avversità che da tale scelta sarebbero derivate. In verità, non è che Dario non fosse consapevole dei rischi e dei problemi, solo che preferiva guardare alla prospettiva scegliendo la via della positività, infischiandosene delle ragioni negative, per quanto queste fossero sensate e rilevanti. Era il suo modo, coraggioso e profondamente ottimista, di affrontare la vita e il lavoro. Ed è stato il modo con cui ha affrontato la malattia. Amava immensamente viaggiare. Da giovane neolaureato aveva vissuto negli States, erano anni nei quali questo genere di esperienze erano del tutto insolite. Da allora, mi aveva raccontato tempo fa, aveva capito quanto importante fosse viaggiare. Viaggiare sempre con gli occhi aperti e la voglia di capire: per sperimentare, per allargare i propri orizzonti. Per diventare migliori. Aveva appena trascorso una settimana di vacanze con i suoi cari a Castagneto Carducci. Aveva fatto il bagno in mare e giocato coi nipotini. Era rientrato a San Felice, dove abitava, entusiasta di quei giorni e desideroso di tornare al più presto in Toscana. Così voglio ricordarlo: sorridente e pronto a partire per un altro viaggio. Ciao, Dario. (Andrea Rivetta)
1/2007
Un business da quasi 9
miliardi di Euro
della Redazione – Broadcast&Production
Per la prima volta è stata analizzata e stimata l’industria che produce e distribuisce apparati e servizi per le reti radiotelevisive e, da qualche tempo, anche per le attività audiovisive delle aziende di telecomunicazione ed IT. Lo studio è durato 10 mesi ed è stato curato dalla IABM, l’associazione che rappresenta i fornitori di tecnologia per il broadcast e per i media a livello mondiale. I membri dello IABM forniscono prodotti e servizi tecnologici che consentono ai fornitori di mezzi quali le stazioni televisive, gli ISP e le aziende di telefonia mobile di fornire contenuti agli utenti attraverso le sempre più varie piattaforme disponibili. I risultati dello studio rivelano che globalmente, per il settore broadcast e dei media, la stima del valore del mercato è di 11,6 miliardi di dollari (oggi quasi 9 miliardi di Euro) e di questi, 11.1 miliardi rappresentano il reddito sviluppato dai produttori e dai fornitori di servizi. Una cifra aggiuntiva di 544 milioni di dollari, il 5% della quota dei produttori, sono i redditi del canale di vendita.
La distribuzione multipiattaforma è il driver dell’industria
La richiesta di distribuzione di contenuti multipiattaforma ha registrato un anno di fortissima crescita per le aziende di tecnologia per il broadcast e i media. Stiamo parlando del contemporaneo ammodernamento e sviluppo di reti (IPTV, TV mobile, Internet TV, broadcasting multicanale, HDTV) e, in genere, della transizione digitale. I fornitori stanno registrando una crescita del mercato dell’11% all’anno e le previsioni sono di un valore globale di 17,5 miliardi di dollari entro il 2010. Inoltre, la disponibilità dei personal computer sempre più potenti e la crescita della banda larga hanno determinato una massiccia produzione di contenuti, realizzati direttamente dagli utenti: sta nascendo una nuova generazione di consumatori-produttori.
“I broadcaster stanno richiedendo strumenti che permettano loro di integrare i dipartimenti per i nuovi media, che precedentemente erano separati - dice Roger Crumpton, direttore esecutivo della IABM -. Sempre più stiamo vedendo che la filosofia adottata dai broadcaster è quella del “produci una volta e usa più che puoi”. I contenuti in qualità HD vengono acquisiti, processati e rimodulati in flussi di lavoro paralleli, al fine di soddisfare le esigenze delle diverse piattaforme di distribuzione.”
Broadcast,
TLC e IT in competizione
La convergenza tecnologica si traduce nel fatto che aziende IT e di telecomunicazioni stanno oggi inseguendo la stessa fetta della torta e il broadcast e l’industria per la fornitura di tecnologia per i media stanno vivendo un periodo di significativi cambiamenti. Il mercato si sta sviluppando velocemente e la struttura della catena del valore sta cambiando in maniera evidente. Il settore ha assistito alla nascita di nuovi e importanti “fornitori eccellenti”, ma anche al consolidamento di alcuni piccoli e medi player. L’industria si è maggiormente aperta agli investitori con una serie di IPO e catalizza sempre maggiore interesse di aziende IT quali Apple, Microsoft, HP e Cisco. Dice Crumpton: “Con più di 1.400 aziende, questo settore è atipico, in quanto gli otto fornitori principali rappresentano soltanto il 45 per cento del mercato globale, il che suggerisce che i più piccoli sviluppino comunque soluzioni innovative, capaci di attrarre investimenti”. Effettivamente gli investimenti vengono attratti, e questo settore sta dando buone soddisfazioni agli investitori, con il 2005/2006 che ha visto un turbinio di attività di acquisizione: Harris ha acquistato Leitch (settembre 2005), Avid ha comprato Pinnacle (agosto 2005), Thomson si è ulteriormente espansa acquisendo Thales Broadcast & Multimedia e Canopus (dicembre 2005) e la Cisco ha acquisito la Scientific Atlanta nel febbraio 2006. Più di 58 aziende di questo settore sono presenti sui listini di borsa. Crumpton prosegue: “Con un maggiore uso di apparecchiature e strumenti hardware e software a basso costo per produrre contenuti radio e tv, il plusvalore verrà probabilmente dal “know-how” che hanno i fornitori di tecnologia broadcast e che, sempre più, i clienti non hanno. Gli acquirenti inesperti guardano con attenzione ai fornitori per aiutarli e creare sistemi via via più complessi. Ciò viene evidenziato dalla forte crescita della system integration e della fornitura di servizi in outsourcing. Una nota conclusiva: i “servizi” erogati nel mercato broadcast valgono oltre 1 miliardo di dollari all’anno e crescono di oltre il 20% annuo”.
4/2008
RadioTv Forum2008 di
Aeranti-Corallo: un successo da oltre duemila presenze
della Redazione – Broadcast&Production
Nella due giorni si è confermato il trend in crescita della manifestazione, giunta
a quota 2.025 partecipanti. Appuntamento per la quarta edizione al 7 e 8 luglio 2009, sempre al Centro Congressi dell’Hotel Melià Roma Aurelia Antica. Il bilancio a consuntivo della manifestazione svoltasi a Roma nelle giornate dell’1 e 2 luglio scorsi ha registrato un incremento, rispetto all’edizione 2007, del + 14%. Anche quest’anno sono intervenuti in gran numero i rappresentanti delle imprese radiotelevisive locali, satellitari e via internet, ma anche manager e funzionari di emittenti radio e tv nazionali. Oltre alla consueta e massiccia affluenza alle conferenze e ai seminari, una rilevante quantità di “addetti ai lavori” ha visitato con interesse l’area espositiva, quest’anno forte di ben 70 aziende presenti. Molti gli spunti di interesse verso le nuove tecnologie e i servizi. Broadcast&Production, la concessionaria esclusiva per l’area expo della manifestazione, ha registrato a consuntivo un positivo apprezzamento da parte delle aziende espositrici, gran parte delle quali si sono già dette interessate a riconfermare la loro presenza per la prossima edizione, che si svolgerà il 19 e 20 maggio 2009!