SPECIALE
TELEVISION ACROSS EUROPE
La televisione in Italia vista (e giudicata) da Bruxelles
Loscorso 11 ottobre a Bruxelles è stata presentata la ricerca “Television across Europe: Regulation, Policy and Indipendence”. Si tratta di una ampia, articolata e molto interessante ricerca sullo stato dei sistemi televisivi in 20 Paesi del Vecchio Continente. Qui abbiamo estrapolato una parte del testo relativo all'Italia e in particolare sulla situazione alla luce delle nuove prospettive tecnologiche (per il nostro Paese hanno lavorato i professori Giulio Enea Vigevani e Gianpietro Mazzoleni). Il lavoro nel suo complesso e nella sua completezza, relativo non solo all'Italia, ma anche agli altri paesi europei, è liberamente disponibile all'indirizzo web http://www.eumap.org
Il sistema italiano del broadcasting è caratterizzato da una controversa attenzione del mondo politico specialmente verso la RAI, che è sempre rimasta sotto stretto controllo di governi e partiti. La nascita della televisione commerciale alla fine degli anni '70, in una situazione di de-regulation selvaggia, ha rivoluzionato il sistema dei media e il mercato pubblicitario, ha scatenato nuovi appetiti politici e ha dato modo di rafforzarsi ad un imprenditore, Silvio Berlusconi, che – forte del suo potere mediatico – a metà degli anni '90 ha dato la scalata al potere politico. L'attuale mercato televisivo ha come attori primari la RAI e Mediaset, che, forti del sistema duopolistico costruito nell'alleanza tra politici e media, si dividono la maggior parte delle risorse pubblicitarie e dell'ascolto. Altri attori sono di recente entrati nel mercato del broadcasting ma sono a forte distanza dai due principali attori quanto a quote di mercato e possibilità di accesso alle infrastrutture. La eccezionale concentrazione che caratterizza il settore del broadcasting italiano, il pasticcio creato dalla collusione tra media e sistema politico, e l'eccessiva attenzione del governo alla gestione del servizio pubblico non sono soltanto “anomalie italiane”. Questi problemi rappresentano una minaccia potenziale alla democrazia stessa, e possono influenzare negativamente lo sviluppo delle nuove democrazie nell'Europa Centrale e Orientale. L'Italia è la linea del fronte della lotta per il varo e l'applicazione di regole comuni per governare il rapporto tra media e potere politico. Gli italiani sono abituati al “problema delle televisione” – da almeno trent'anni e non sembra che la soluzione sia vicina. La impossibilità di rompere il duo-polio e aprirlo ad una pluralità più equilibrata di operatori, ha fatto puntare il governo di centrodestra su un ripiego: lanciare la televisione digitale terrestre, onde aumentare il numero dei canali. Tuttavia, i due attori principali si sono già assicurati una grande quantità di frequenze, continuando così la propria egemonia. La regolamentazione del settore televisivo rimane una regolamentazione molto lacunosa, episodica e non sempre in linea con le politiche EU. Questo fatto e la presenza al governo del proprietario dell'impero televisivo commerciale ha suscitato forti preoccupazioni per la libertà dei media. La comunità internazionale – il Parlamento Europeo, il Consiglio d'Europa e altre autorevoli organizzazioni attive a difesa della libertà di informazione – ha reagito con diffide formali e raccomandazioni varie perché l'Italia risolvesse le anomalie del proprio sistema dei media. Berlusconi può aver ceduto la direzione del suo impero ad altri - membri della sua famiglia – ma finché rimane l'azionista principale di Fininvest e dunque anche di Mediaset, l'indipendenza delle reazioni giornalistiche nelle sue reti e nelle sue riviste è tutt'altro che assicurata. ( omissis ) Il fatto che esista una Autorità per le garanzie nelle comunicazioni lascerebbe supporre che il sistema dei media e il mercato della comunicazione e dell'informazione sia ben governato. In realtà le competenze sono frammentate tra una Commissione parlamentare di vigilanza (che ha poteri sulla RAI), il Ministero delle comunicazioni (che concede le licenze e le autorizzazioni), l'Autorità garante della concorrenza e del mercato (anti-trust), e da pochi anni anche le Regioni. ( omissis ) I nuovi media elettronici (televisione digitale, broadband, Internet, satellite) stanno però avanzando a grandi passi e iniziano a cambiare le abitudini di consumo mediale degli italiani. Nuovi operatori si affacciano, nuovi servizi vengono “messi in linea”, all'insegna della convergenza tra telecomunicazioni e comunicazioni di massa. Dove la politica non ha voluto o non è riuscita a creare le condizioni del pluralismo esterno potrebbero riuscirci le nuove tecnologie della comunicazione, ossia il mercato – che è sempre più globale e prescinde dalle politiche di piccolo cabotaggio dei singoli contesti nazionali. Anche qui, però, vi sono dei chiaroscuri, perché è pericoloso affidare le sorti della democrazia alle sole logiche di mercato. Rimane il dubbio, nel peculiare caso italiano, se la politica di promozione del digitale terrestre da parte del governo sia davvero una premessa per un maggiore pluralismo, stante l'interesse di alcuni policy-makers di mantenere il controllo dei media e a fronte di clamorosi fallimenti di questa tecnologia in alcuni paesi-chiave. Nel complesso il broadcasting italiano (analogico e digitale) soffre di sazietà: la torta delle risorse è stata per troppo tempo appannaggio succulento di un club ristrettissimo. Ma si possono cogliere i segni che altri soggetti vogliono partecipare al ricco banchetto. Ci proveranno, e se non riusciranno per via politica, tenteranno con l'aiuto delle nuove tecnologie. (vedi Tabella 1 )
I principali attori del mercato radiotelevisivo italiano
Il mercato italiano del broadcasting è tra i meno competitivi dei paesi dell'Unione Europea. La costruzione del duopolio Rai-Mediaset ha lasciato sul campo numerose vittime, tra le quali soprattutto gli esperimenti e gli investimenti nella televisione generalista dei grandi editori italiani quali Mondadori, Rusconi e prima ancora Rizzoli. Quindi quando l'Autorità per le Comunicazioni afferma che il telespettatore italiano ha almeno 12 canali nazionali, questo dato va letto nel senso che 6 di questi canali sono della Rai e di Mediaset. Gli altri, ad eccezione di La7, sono sì diffusi a livello nazionale, ma si dividono meno del 3 per cento dell'audience nazionale. Quindi il numero di canali (circa 600 emittenti locali) significa poco se si usa l'audience come criterio di misura. Infatti, la stessa Autorità riconosce che i sei canali nazionali di Rai e Mediaset controllano il 90 per cento del mercato dell'ascolto.
L'impatto delle nuove tecnologie e
dei nuovi servizi
Il passaggio dalla televisione analogica alla televisione digitale terrestre rappresenta la più rilevante novità degli ultimi anni e - a detta del ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri - il principale motivo che ha condotto alla riforma che porta il suo nome; non a caso, l'a rt. 1 della legge indica tra gli obiettivi l'adeguamento del sistema radiotelevisivo nazionale, regionale e locale “all'avvento della tecnologia digitale e al processo di convergenza tra la radiotelevisione e altri settori delle comunicazioni interpersonali e di massa, quali le telecomunicazioni, l'editoria, anche elettronica, ed internet in tutte le sue applicazioni”.
La televisione digitale
Il passaggio al digitale non è in realtà una novità introdotta dalla legge Gasparri: il legislatore italiano, con una solerzia inusuale in materia, aveva già dettato, con la legge n. 66 del 2001, di conversione del decreto-legge n. 5 del 2001, i tempi e le modalità per realizzare questa “rivoluzione”. Anche l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni si è mostrata sollecita, approvando il regolamento relativo alla radiodiffusione terrestre in tecnica digitale ed il piano di assegnazione delle frequenze per la radiotelevisione in tecnica digitale. Negli ultimi quattro anni, il Ministero delle Comunicazione ha concesso circa 22 licenze per il digitale a varie società, tra cui la RAI, Mediaset, Telecom Italia Media (La 7)e Rete A – un network minore, di recente acquistato dal Gruppo L'Espresso. Si tratta di licenze per la trasmissione sperimentale. Il Ministero prevede di distribuire le licenze operative in un secondo momento. In teoria il piano frequenze renderà disponibili da 48 a 60 canali nazionali, da 480 a 600 regionali e circa 1272 locali su multiplex digitali, che possono ospitare anche cinque canali. Nel panorama italiano dei media, si può al momento ritenere che la prospettiva digitale rappresenti insieme un alibi ed un'opportunità. Può costituire l'alibi per rinviare ad una data ancora una volta futura ed incerta la soluzione del nodo del pluralismo del sistema radiotelevisivo. La tecnica digitale apre anche l'opportunità di risolvere la questione della scarsità di frequenze e di favorire l'integrazione e la convergenza tra i media. La tecnologia digitale, infatti, consente di quadruplicare la capacità trasmissiva e il numero di canali per una stessa banda di frequenza, rendendo più ampia l'offerta di contenuti e di servizi per gli utenti.
Il passaggio alla diffusione esclusivamente in digitale delle trasmissioni televisive (cd. switch off) è fissato dalle leggi del 2001 e del 2004 per l'anno 2006. Tale data, tuttavia, è ritenuta del tutto irrealistica e molti esperti pronosticano che lo switch off avverrà almeno 4-5 anni più tardi. Per favorire lo sviluppo e la diffusione nelle case della televisione digitale, la normativa nella “fase di transizione” impone alla Rai una serie di obblighi, tra i quali quello di realizzare entro il 1° gennaio 2004 due blocchi di diffusione di programmi in tecnica digitale di fruibili dal 50 per cento della popolazione italiana. La RAI ha provveduto in tempi rapidi a quanto imposto dalla legge. La Legge Finanziaria 2004 ha inoltre previsto un incentivo fiscale di 150 euro per coloro che noleggiano o acquistano il decoder digitale. Molte sono le regole che riguardano le trasmissioni in tecnica digitale e che aprono prospettive di maggior diversificazione: tra le più importanti, la scissione della figura del concessionario in due distinte figure, l' “operatore di rete” ed il “fornitore di contenuti”, basate sulla differenza tra le strutture (le reti) ed servizi (i contenuti). Il primo opera sulla base di una licenza, il secondo sulla base di un'autorizzazione.
Un aspetto discutibile della Legge Gasparri è la sua pretesa di fondo che le nuove tecnologie, di per se stesse, siano in grado di garantire il pluralismo. Già la Direttiva 2002/19/CE metteva in guardia i legislatori nazionali, affermando che «le regole di concorrenza da sole possono non essere sufficienti per garantire la diversità culturale e il pluralismo dei media nel settore della televisione digitale». Nel caso italiano, poi, la situazione pregressa aumenta evidentemente il rischio di passare dal duopolio analogico a quello digitale, senza riuscire ad aprire spazi reali alla concorrenza. Appaiono quindi serie le critiche alla legge per non aver affrontato la questione della distribuzione delle risorse pubblicitarie, con l'introduzione di rigorosi limiti alla raccolta di risorse finanziarie, per aver previsto un meccanismo d'assegnazione delle frequenze per il digitale che «sostanzialmente assegna le frequenze agli attuali operatori televisivi in tecnica analogica, consentendo agli stessi di ottenere, a richiesta, le licenze e le autorizzazioni per avviare le trasmissioni in tecnica digitale terrestre» . Uno dei problemi messi in evidenza dalla critica è che la legge ha permesso alla RAI e Mediaset di accaparrarsi molte licenze digitali, senza creare strumenti efficaci per favorire la concorrenza permettendo a nuovi operatori di entrare nel mercato.
Di qui, la constatazione di Roberto Mastroianni che “il preteso “aumento” dei canali deriverà principalmente proprio dalle iniziative di questi due operatori (quelli attualmente in posizione dominante), con il marginale apporto, forse, di editori indipendenti”. Ottavio Grandinetti ha paventato il rischio che in assenza di interventi correttivi il “il passaggio al digitale potrebbe soltanto aggravare il deficit di concorrenza e pluralismo”. L'acquisizione da parte di Mediaset e di La 7 dei diritti di trasmissione sul digitale terrestre delle partite del campionato di calcio di serie A conferma tale previsione.
Il 2 marzo 2005, nel tentativo di limitare il futuro dominio del duopolio Mediaset-RAI nel mercato digitale, l'AGCOM ha adottato una delibera che riafferma la rilevanza del pluralismo nel settore televisivo e in quello delle risorse finanziarie relative allo sviluppo della televisione digitale. L'Autorità aveva iniziato nell'ottobre 2004 un'investigazione, giungendo alla conclusione che il mercato radiotelevisivo è ancora caratterizzato dal duopolio RAI-Mediaset, con tre società, RAI, Mediaset e Publitalia '80, la concessionaria pubblicitaria del gruppo Fininvest, che furono considerate detenere una posizione dominante, in violazione del principio del pluralismo. In particolare, la posizione di Publitalia '80 fu definita come “dominante”, detenendo una quota del 62,7 per cento dell'intero mercato pubblicitario televisivo .
La delibera 136/05 dell'AGCOM ha imposto a RAI e Mediaset di accelerare la transizione al digitale terrestre e di garantire a fornitori indipendenti di contenuti l'accesso alla televisione digitale. Ha richiesto, inoltre, a Publitalia '80 di operare la separazione contabile tra le attività di raccolta pubblicitaria sulle reti analogiche e sulle reti digitali terrestri. L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha altresì previsto l'obbligo per Mediaset di avvalersi, per un anno, di una concessionaria di pubblicità diversa da Publitalia per la raccolta pubblicitaria per le trasmissioni in tecnica digitale terrestre. Tale disciplina è conseguenza della Legge Gasparri.
La televisione terrestre in tecnica analogica e digitale non esauriscono tuttavia le modalità di diffusione radiotelevisiva regolate dal legislatore italiano. La televisione via cavo, ritenuta legittimamente esercitabile dai privati sin dalla sentenza della Corte costituzionale n. 226 del 1976, ha avuto uno sviluppo importante negli anni novanta in un quadro normativo confuso, sino all'entrata in vigore del regolamento 289/2001 dell'AGCOM. Analogamente, anche la televisione satellitare ha trovato una regolamentazione organica nella legge n. 249 del 1997 e nel citato regolamento 289/2001.
Tali tecniche di trasmissione hanno avuto un particolare sviluppo anche in relazione alla nascita della Pay-TV. Anche la televisione criptata a pagamento ha avuto una regolamentazione tardiva rispetto alla sua evoluzione ed ha trovato un primo quadro normativo coerente solo con la legge n. 249 del 1997, che sancisce la possibilità per le Pay-TV di ottenere una sola concessione su frequenze terrestri, dovendo così trasferire le altre reti su cavo o su satellite.
Nonostante questi interventi legislativi su altri new media , la televisione digitale ha monopolizzato la recente attenzione del legislatore, tant'è che poco o nulla si trova su di essi nella legge Gasparri. Il mercato comunque si è mosso da tempo, e grazie ad altri provvedimenti legislativi concernenti la liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni, nuove realtà imprenditoriali sono sorte nel campo di Internet, della banda larga, del cavo, del satellite. La stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni registra nella sua Relazione annuale la vivacità di questo comparto, laddove cita la società Fastweb attiva nell'offerta televisiva ( video on demand, Pay-TV , ritrasmissione di canali terrestri e satellitari in qualità digitale) su fibra ottica e su ADSL:
Grazie a tale offerta, l'impresa che la propone è riuscita negli scorsi mesi ad ampliare la propria tipologia di clientela da coloro che erano prevalentemente interessati ad una connessione ad Internet particolarmente veloce e di banda assai ampia a segmenti di mercato attratti da contenuti televisivi di tipo premium (calcio e cinema). Si tratta di un fenomeno che sembra avere buone opportunità di sviluppo: non sorprende, pertanto, che anche altri operatori abbiano avviato sperimentazioni finalizzate a realizzare simili offerte, come segnalato anche in precedenza.
I nuovi media
Ciò che è successo in Italia nel campo dei new media non è un'eccezione rispetto ai tassi di crescita registrati negli altri paesi europei. Internet, Pay-TV, televisione digitale, ma anche le nuove tecnologie e servizi legati alla telefonia cellulare (GPRS e soprattutto UMTS) stanno diventando parte strutturale del mercato consumer e stanno apportando mutamenti nel costume, nelle abitudini e negli stili di vita di milioni di cittadini. Non tutti i new media penetrano il mercato con la stessa intensità e velocità. Internet, grazie a politiche commerciali che l'hanno associato a bassi costi, è naturalmente il mezzo più diffuso e popolare. Ma anche la Pay-TV, grazie all'appeal che ha il calcio in Italia, ha raggiunto i tre milioni di abbonati. La televisione digitale stenta ancora a decollare perché rinnovare un parco di decine di milioni di apparecchi televisivi richiederà uno sforzo finanziario notevole alle famiglie, nonostante un'aggressiva politica governativa di diffusione dei decoder con uno sconto il cui costo è sostenuto dalle finanze pubbliche. Il calcio rappresenta indubbiamente un fattore di traino della rapida diffusione delle nuove tecnologie, come la televisione digitale. Il 22 Gennaio 2005,per la prima giornata di campionato resa disponibile sui canali digitali, sono andate a ruba centinaia di migliaia di schede prepagate di Mediaset e di La 7.
Convergenza con
la telefonia cellulare
La terza generazione della tecnologia telefonica mobile, l'UMTS, comincia a diventare popolare presso i consumatori italiani, resa disponibile al largo pubblico dagli operatori GSM sulle loro reti. L'accesso al broadband è cresciuto notevolmente tra il 2002 e il 2004. In marzo 2004 la stima era di 3,4 milioni di linee, di cui 2,7 milioni di tipo ADSL.
L'enorme mercato della telefonia cellulare è una base formidabile per il lancio e il successo della tecnologia UMTS, su cui hanno scommesso miliardi di euro i vari gestori negli ultimi anni. Oggi in Italia ci sono circa 61 milioni di abbonamenti, ben oltre uno per ciascuno dei 57 milioni di abitanti. La previsione è di raggiungere 4,5 milioni di abbonati entro il 2005. Nel 2004, AGCOM prevedeva che l'UMTS avrebbe raggiunto 4,5 milioni di abbonati entro il 2005. “ Il dato più significativo – osserva ancora l' Autorità per le garanzie nelle comunicazioni - è l'impegno, da parte dei gestori, nella fornitura di servizi innovativi, dagli MMS ai servizi video. A questi servizi si è aggiunto, prima della fine dell'anno, la “Mobile TV” di Tim (che consente agli utenti dotati di cellulari abilitati di accedere in modalità streaming , ai programmi dell'emittente pubblica Rai e di altre emittenti quali La7 e MTV, Coming Soon Television, CNB-CFN, Game Network). La trasmissione avviene in contemporanea alla diffusione del canale in televisione. A questa offerta, ha fatto seguito quella dell'operatore H3G (“3”) che ha proposto ai propri utenti la possibilità di seguire sul proprio cellulare alcuni reality tv trasmessi da emittenti nazionali.”.
Internet
Dopo il boom a cavallo del 2000, la crescita degli abbonamenti (gratuiti e a pagamento) registra una tendenza alla stabilizzazione. Gli utenti sono passati dai 19,8 milioni di fine 2002 ai 22,7 milioni di fine 2003. In compenso si sta registrando un notevole successo dell'accesso a banda larga (ADSL), grazie anche all'incentivazione governativa con il contributo di 75 euro per ogni nuova connessione. (vedi Tabella 2 )
La diffusione capillare dell'accesso broadband permetterà la messa in rete dei programmi televisivi, per cui è prevedibile che si possano realizzare alcuni sogni degli utenti (e dei gestori di telecomunicazioni) irrealizzabili solo qualche anno fa, quello della Internet-TV, e quello del telefono via Internet (VoIP). Un esempio significativo di questa strategia In Italia è il presidio che la maggiore compagnia telefonica (Telecom Italia) mantiene nella televisione con La7 e con la parallela spinta del portale RossoAlice:
Tutto questo porterà ad un graduale cambiamento degli attuali modelli di concorrenza tra gli operatori: accanto al prezzo (canone e contributi di attivazione), assumeranno crescente importanza, come elemento di differenziazione delle offerte degli operatori, i servizi aggiuntivi (contenuti broadband , servizi personali a valore aggiunto quale il deposito dei propri contenuti digitali in rete, ecc.).
Televisione satellitare
In Italia parlare di televisione via satellite significa parlare di Sky Italia. Ne abbiamo già fatto cenno nei paragrafi precedenti. La società di Murdoch ha davvero monopolizzato il settore, e non si vedono all'orizzonte competitors in grado di sfidare il gigante globale. La televisione via satellite, soprattutto se a pagamento richiede ingenti risorse, comporta perdite altrettanto ingenti, e gli (incerti) profitti giungono dopo anni di investimenti. Per questi motivi la vera concorrenza alla Pay-Tv di Murdoch viene dalla messa in cantiere di altre forme di fornitura degli stessi servizi e contenuti, come appunto la televisione digitale terrestre e la banda larga. Non è un caso che proprio il primo attacco al monopolio di Sky Italia sia stato sferrato dall'altro gigante televisivo, Mediaset, che ha acquistato i diritti di trasmissione delle partite di Milan, Juve e Inter (finora esclusiva della TV satellitare criptata) sui canali digitali terrestri.
Un aspetto interessante del mercato della tv satellitare criptata è quello della pirateria – che ha imperversato per anni, sin dal suo esordio. Ne fa cenno la stessa Autorità nella sua Relazione 2004. Sky Italia è riuscita a contenere “con successo il fenomeno dell'accesso illegale ai programmi codificati, che aveva contribuito pesantemente all'insuccesso di Tele+ e di Stream. Si stima, tuttavia, che per risolvere completamente il problema sarebbe necessario sostituire oltre la metà dei decoder attualmente in uso ed introdurre un sistema di codifica più sicuro”.
Il dibattito pubblico
sulla digitalizzazione
In Italia il dibattito sui nuovi media si concentra soprattutto sul “passaggio al digitale”, ma si tratta complessivamente di un dibattito meno che vivace. Una semplice ragione spiega l'assenza di una polemica sostenuta: a volere l'introduzione della televisione digitale terrestre a marce forzate è stato il governo di centrosinistra (con la legge n. 66/2001). La decisione del governo di centrodestra di Berlusconi di fare leva sul digitale per ampliare lo spazio per nuovi operatori televisivi ha così colto in contropiede l'opposizione, che – seppur contraria ad alcuni aspetti di questa scelta del governo – non ha potuto bocciarla totalmente.
Molti commentatori hanno criticato il fatto che il governo abbia finanziato l'acquisto dei decoder digitali. L'iniziativa viene ritenuta a vantaggio dei due operatori principali che stanno accaparrandosi le frequenze. Il governo Berlusconi ha stanziato 100 milioni di euro nel 2003 e 150 nel 2005, che vanno a favorire il duopolio – in manifesta contraddizione con le intenzioni della legge Gasparri.
In ogni caso, politici di entrambi gli schieramenti, commentatori e analisti nutrono seri dubbi sul successo della televisione digitale terrestre, notando che questa si è rivelata un mezzo fallimento nei pochi paesi nei quali è stata sperimentata. In particolare in Italia, un mercato nel quale i consumatori sono stati “rovinati” da più di due decenni di sovrabbondante televisione in chiaro, nessuno può realisticamente prevedere quali differenze vi saranno con i nuovi canali. La scadenza stessa del 2006 per lo switch off al digitale terrestre è ritenuta dagli esperti del tutto ottimistica.
Marcello Veneziani, un intellettuale conservatore ex- membro del Consiglio di amministrazione della RAI, è stato egli stesso assai scettico: “giudicando dalle esperienze statunitensi, britanniche, spagnole e scandinave, tutte certo non di successo, bisogna essere più scettici.”
Ancora una volta, la maggior fonte di dubbi deriva dall'atmosfera politica che ha circondato l'astuto passaggio al digitale; essendo il giorno di effettivo passaggio indefinito, e per molti realisticamente non anteriore al 2010, significa che Mediaset rimarrà per i prossimi 4-6 anni un attore in posizione dominante. Non senza ironia, il vero - immediato - successo è già stato ottenuto: Rete 4 è stata salvata dalla condanna al satellite.
Conclusioni
Sotto il profilo finanziario, il sistema radio-televisivo italiano si presenta come un sistema che gode di buona salute, per le ingenti risorse che esso genera o di cui si avvantaggia. La pubblicità continua a rimanere il motore principale del broadcasting italiano, nutrendo abbondantemente i vari comparti dei media. La RAI può contare su un fiume costante di proventi pubblicitari, nonostante i tetti imposti dalle normative. Mediaset registra ogni anno notevolissimi incrementi nei fatturati e nei profitti – anche grazie all'effetto-trascinamento di Berlusconi capo del governo. La televisione a pagamento, nelle varie piattaforme satellitari, via cavo o digitale terrestre, sta rivelando tassi di crescita che sollecitano l'interesse degli inserzionisti. Il menù televisivo degli italiani, come ha fatto notare la stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni , è uno dei più ricchi d'Europa, per l'abbondanza di canali generalisti e di nicchia, che le nuove tecnologie stanno per moltiplicare ulteriormente.
È assai improbabile che i nuovi operatori saranno in grado di competere nel territorio della televisione analogica ripartito nei due giganti di RAI e Mediaset. Dunque, la televisione digitale terrestre rappresenta la nuova frontiera per nuovi soggetti che vogliono fare televisione in Italia. Questa è la politica dell'attuale governo, che ha suscitato, soprattutto a livello internazionale, molte perplessità e riserve circa i veri obiettivi di tanta insistenza sul digitale terrestre. Resta il fatto che il digitale terrestre – se le due autorità preposte alla vigilanza ne governeranno correttamente la crescita e se non si ripeteranno per l'Italia le condizioni che l'hanno fatto fallire in UK e Spagna – nei prossimi anni potrebbe rappresentare una rivoluzione nel broadcasting nazionale. Se la salute, per così dire “fisica”, della televisione è buona, vista l'attuale abbondanza di risorse per le imprese e di offerta per il pubblico dei consumatori, altrettanto non sembra di potere affermare che sia quella “politica” e culturale.
( omissis ) In sintesi, le profonde preoccupazioni sullo stato della televisione in Italia sono di natura politica. La performance complessiva dell'attuale sistema radiotelevisivo italiano non sembra in sintonia con il ruolo che viene tradizionalmente attribuito ai media di fungere da colonna della democrazia liberale. Vi è un quasi totale controllo da parte della maggioranza dell'informazione televisiva. Va però osservato che l'Italia possiede un sistema dell'informazione a stampa che è realmente pluralista, anche per la presenza di più seri limiti antitrust per l'editoria, e che fa sentire l'opposizione delle forze politiche e di larghi settori dell'opinione pubblica.
Tabella 1. Panorama del mercato televisivo italiano
Ascoltatori |
Totale famiglie con TV (TVHH) |
21,320,000 |
Percentuale famiglie con TV sul totale famiglie |
98.5 |
|
Numero di canali ricevuti dal 70 per cento della popolazione |
9 |
|
Percentuale delle famiglie con TV Households (TVHH) che possiedono: |
||
Apparecchiature TV |
TV Color |
99.8 |
Più televisori |
55.3 |
|
VCR |
66.7 |
|
DVD |
11.4 |
|
Teletext |
78.6 |
|
Telecomando |
99.6 |
|
Diffusione TV |
Connessione via cavo |
0.3 |
Ricevitore privato Satellite |
13.0 |
|
Ricevitore collettivo Satellite |
4.0 |
|
Via terrestre |
N/A |
|
Abbonamenti TV |
Abbonati alla pay TV |
N/A |
Digital TV subscribers |
13.8 |
|
TV digitale |
Digitale terrestre |
0.3 |
Satellite digital |
11.8 |
|
Cable digital |
0.2 |
|
Fonte: Datamonitor; Auditel RdB 2003B; Audistar 2003 Eurisko.
Tabella2. Utenti Internet in Italia (2001–2004)
|
Totale utenti (milioni) |
|||
2001 |
2002 |
2003 |
2004 (stima) |
|
Numero utenti effettivo al netto di sovrapposizioni |
17.9 |
19.8 |
22.7 |
25.6 |
Residenziali |
12.5 |
14.4 |
17.2 |
20.1 |
Business |
7.1 |
7.6 |
8.6 |
9.6 |
Scuola ed enti pubblici |
3.9 |
4.1 |
4.5 |
5 |
Fonte: IDC
GLI AUTORI
Gianpietro Mazzoleni
Prof. ord. di comunicazione politica
Fac. di Scienze politiche
Università degli studi di Milano
gianpietro.mazzoleni@unimi.it
Giulio Enea Vigevani
Prof. ass. di diritto costituzionale
Facoltà di Giurisprudenza
Università degli Studi di Milano – Bicocca
Piazza dell'Ateneo Nuovo, 1
20126 Milano
Tel. 02 6448 6401
giulio.vigevani@unimib.it