DOSSIER

 

La transizione al digitale

 

La grande marcia verso il digitale terrestre

 

Anno 2004: cosa sta succedendo nel mondo radiotelevisivo per quanto riguarda il digitale? Tutti sono  in marcia, ma verso dove? E con quali obiettivi? Per non parlare delle prospettive... Abbiamo raccolto in questo dossier una serie di riflessioni e documenti che speriamo possano mantenere vivo il dibattito. Anche se, in verità, di risposte e certezze è davvero difficile parlare

 

La Rai serve ormai Milano e Genova (ma anche quasi tutta la Liguria), Emilia Romagna, Toscana, Puglia, Basilicata, Molise, alcune zone della Calabria e Sicilia.

A questo punto la  Rai sarebbe in grado di attivare due multiplex di Tv digitale terrestre, ciascuno dei quali in grado di garantire servizio su oltre il 50% della popolazione.

In partenza uno solo è stato attivato, in attesa dello scioglimento del nodo della legge Gasparri, mentre il CdA ha comunque approvato la spesa per l’acquisto dei canali del secondo multiplex.

Per conto della Rai, il direttore Flavio Cattaneo ha comunque detto di aver realizzato il tutto con una spesa di molto inferiore a quanto scritto da alcuni giornali (120 milioni di euro) e che intende proseguire con l’acquisizione di ulteriori frequenze per raggiungere una copertura pari al 70% della popolazione, verosimilmente entro la fine del 2004.

Dal canto suo Mediaset nel triennio 2003-2005 ha previsto di investire per il digitale terrestre oltre 200 milioni di euro e ha anche stretto accordi (oltre che aver acquistato canali) con fornitori di contenuti quali la BBC (per il canale all news BBC World), con Anica Flash (per Coming Soon), con Match Music (per V.J. Television), mentre sul fronte dell’economia l’accordo è stato siglato con Ventiquattrore Tv e con Class Editore (per Cfn/Cnbc). In particolare Class fornirà anche servizi interattivi finanziari (Home Banking e Tbanking).  Su Rai e Mediaset pesa anche il giudizio dell’Autorità per la concorrenza di Giuseppe Tesauro: già questi ha limitato Mediaset all’attivazione di un solo multiplex, sebbene l’azienda di Cologno Monzese fosse in grado di strutturare anche il secondo. Non è stata a guardare neppure Telecom Italia: Tv Internazionale, controllata da Telecom, proprietaria di La 7 e MTV, ha acquisito sei società che posseggono impianti

locali e relative frequenze al fine di avviare la sperimentazione delle nuove tecniche di diffusione digitale. Le Tv in questione sono Telescirocco, Radio Televisione Regionale Veneta, Telereggio, Napoli9 di Teleacerra, Intv e Telegrosseto. 

E ancora non va dimenticato che le due reti (Europa Tv e Prima Tv) acquisite dal gruppo Sky con l’acquisto di Stream e Telepiù sono state cedute, come aveva ordinato l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Le ha acquistate per 105 milioni di euro la Holland Italia dell’uomo d’affari franco-tunisino Tarak Ben Ammar. Nella società c’è anche la francese Tf1 (la prima rete privata d’oltralpe) attraverso la controllata Eurosport.  Europa Tv è diventata il canale sportivo non a pagamento SI Sport Italia, mentre l’altra rete è stata destinata alla realizzazione  di un multiplex digitale terrestre.

La situzione in Europa

Dando uno sguardo alla Tv digitale in Europa, vediamo che la penetrazione della Dtt è ancora alquanto contenuta: al vertice si collocano Inghilterra e Finlandia con il 6,1 e il 6,5% di penetrazione.

In generale possiamo dire che all’avanguardia sul tema troviamo Inghilterra, Spagna, Svezia, Finlandia e  Germania e in questi Paesi il periodo di transizione è stato previsto tra i quattro e i dodici anni. In ambito Ue sembra dimostrato che l’ipotesi pay per la Dtt non funzioni. Quiero Tv in Spagna e Itv Digital in Gran Bretagna sono fallite, mentre in Germania la città di Berlino ha optato per uno switch-over rapido, sostenuto da un rilevante investimento pubblico: oggi la capitale tedesca propone solo Tv digitale con 21 canali gratuiti. Sarà invece progressivo lo sviluppo della Dtt nel resto del paese tedesco.

In Spagna, uscendo dal disastro di Quiero Tv, il governo ha optato per una nuova strategia, emulando quanto analogamente già fatto dagli inglesi con Freeview, ovvero proponendo una trentina di canali in chiaro: la Catalogna è la regione per il rilancio della Dtt “nuova formula”. Freeview è controllata da BBC, BSkyB e da Crown Castle International e in base ai dati Ebu/Uer l’83% dei suoi 2 milioni di spettatori dichiara un grado di soddisfazione elevato. Non è previsto abbonamento e il costo dei decoder è abbordabile (circa 60 euro). In Francia era stata prevista una tempistica simile a quella italiana, ma poi tutto è slittato ed ora è prevista la partenza alla fine del 2005 o ai primi del 2006 (obiettivo per il 2008 la copertura dell’80% della popolazione... sapendo che servita Parigi e l’Ile de France il più sarà fatto!). In Finlandia a metà 2003 erano stati venduti 150.000 ricevitori e il mercato dà segnali di un rapido sviluppo. Volendo chiudere con una situazione extra-europea, ricordiamo che in Giappone il Dtt è partito circa due mesi fa (abbiamo pubblicato la news su B&P) con segnali nelle tre principali città (Tokyo, Osaka e Nagoya) ed è previsto che il servizio raggiunga il 100% della copertura nel 2006 (lo switch-off è fissato nel 2011).

 

La Radio digitale

Passando alla radio digitale italiana, possiamo ricordare che alla metà del 2003 il ministero delle Comunicazioni ha autorizzato in fase sperimentale un consorzio, per installare una trentina di impianti per trasmettere in tecnica digitale. Questo si aggiunge a quanto già sperimentato dalla Rai, soprattutto sull’asse Torino-Milano, anche in collaborazione con il già noto Club Dab Italia. Il nuovo consorzio si chiama Euro Dab Italia, rappresenta 5 stazioni riunite nell’associazione Digiclub che a sua volta è formata da un gruppo di emittenti in parte transfughe proprio dal Club Dab Italia (che invece rappresenta alcune altre stazioni radio nazionali, quali RDS, Radio Radicale, Radio Maria o Radio Italia smi). La compagine Digiclub è la seguente: Rtl 102.5, Radio 105, Radio Monte-Carlo, Radio Hit Channel e Radio Radio. La sperimentazione ha preso avvio a Roma e Milano e Digiclub promette di investire 7 milioni e mezzo di euro. L’obiettivo dichiarato è quello di coprire il 60 per cento della popolazione entro metà 2004.  Se guardiamo all’estero, constatiamo che in Inghilterra, la radio digitale già coinvolge 250 emittenti e più della metà la si può ricevere solo in digitale.  La stessa BBC ha creato cinque nuove stazioni dedicate a sport, musica e alle minoranze etniche non di lingua inglese. In Germania le stazioni radio, tra pubbliche e private, che trasmettono in Dab sono circa 150. Stando alle direttive del governo tedesco, entro il 2015 il passaggio allo standard Dab dovrebbe essere completato e comunque già oggi i servizi Dab possono essere ricevuti da quasi l’80 per cento della popolazione.

Anche Spagna, Portogallo e Danimarca sono al  via con trasmissioni radio digitali. Come esperienza extracomunitaria da citare il Canada, dove il Dab già copre circa il 35% degli abitanti.

 

E adesso che accadrà?

Come più avanti leggerete nell’interessante contributo di Antonio Sassano, per quanto riguarda il mercato italiano è fuori discussione che il passo per la transizione al digitale terrestre televisiva lo daranno, nei fatti, i due leader di mercato Rai e Mediaset.  Sul fronte della Tv locale, nel 2003 almeno il 50% delle imprese ha approfittato dei finanziamenti previsti dalla legge 407 del 2001 e ha acquistato uno o più trasmettitori "digital compliant"... il che vuol dire tutto e niente!

Infatti in tal modo le imprese hanno intelligentemente rinnovato i loro impianti di trasmissione beneficiando del finanziamento, ma di fatto dotandosi di apparati che sono da subito godibili in analogico. Basti dire che sono state talmente tante le domande di finanziamento, che oggi il Ministero delle Comunicazioni

non ha abbastanza fondi e alla fine probabilmente, per non scontentare nessuno, invece dell’80% di rimborso, provvederà a finanziare ciascuno con il 50 o 60% (una cifra comunque ragguardevole). Ma a fronte di circa 300 stazioni che oggi sono, almeno in parte, "digital ready", sul versante dei consorzi la situazione è completamente ferma, o quasi. Le associazioni sollecitano... ma sì e no un 5% dei soggetti si è interessato a tale opportunità e i consorzi costituiti o in via di costituzione oggi si contano sulle dita di una mano. In effetti questo non vuol dire che il mercato non voglia muoversi (vedi il dinamismo sull’hardware), ma certo è che niente davvero si trasformerà prima che non sia sciolto senza ambiguità il nodo della legge di sistema.

Per la radio lo scenario è ancora più semplice... In tutta Italia oggi sono stati venduti circa 2mila ricevitori Dab (a fronte di un parco apparati ricevitori tradizionali di decine di milioni di unità) e solo pochissimi soggetti sperimentano, Radiorai non s’agita per niente e anche parlando di apparati di trasmissione venduti siamo ancora a ragionare in termini di unità.

Insomma: nel 2004 certamente assisteremo ad un’evoluzione del broadcast italiano, ma come questo accadrà dipenderà in toto dalla legge di sistema e, non dimentichiamolo, dalla vivacità del mercato pubblicitario.

 

Le linee per il passaggio al digitale nella Ue

Lo switch-over è un processo complesso con implicazioni socioeconomiche che trascendono di gran lunga la semplice migrazione tecnica. Risulta molto interessante al riguardo la comunicazione Ue SEC(2003)992 dello scorso settembre di cui pubblichiamo un ampio stralcio.  Il documento analizza

la transizione negli Stati membri, riepilogando gli aspetti salienti e fornendo anche spunti di riflessione

 

La digitalizzazione della teleradiodiffusione rappresenta un’importante sfida industriale e deve essere trainata principalmente dalle forze di mercato e dalla domanda dei consumatori. Dovrebbe essere un processo indotto dal mercato e non un mero cambiamento di infrastruttura privo di valore aggiunto per i cittadini. La riuscita della migrazione verso il digitale sarà facilitata dall’azione coordinata dei vari operatori coinvolti: emittenti radiotelevisive, produttori e commercianti di apparecchiature radiotelevisive, governi e altri. Il tentativo di imporre uno switch-over contro gli interessi dell’industria e degli utenti può far sì che gli effetti siano solo di breve durata.

La migrazione verso la televisione digitale dovrebbe costituire un processo di ampio respiro comprendente reti e modelli commerciali e servizi di varia natura, tra cui le trasmissioni televisive in chiaro (free-to-air), una migliore qualità dell’immagine o servizi interattivi e di trasmissione dati. Lo switch-off analogico dovrebbe aver luogo solamente quando la trasmissione radiotelevisiva digitale avrà raggiunto una diffusione quasi universale, tenuto conto di tutte le suddette possibilità, in modo da contenere al massimo i costi sociali. Lo switch-over della televisione e della radio sono piuttosto diversi. Il grado di diffusione della tecnica digitale nel mercato televisivo è di gran lunga maggiore. Numerose reti forniscono programmi televisivi in tecnica analogica e digitale, soprattutto via cavo, via satellite e terrestri (su frequenze VHF e UHF). I contenuti audiovisivi digitali possono essere supportati anche da Internet e, ancora in modo marginale, dalle reti DSL (Digital Subscriber Lines). Ciascuna rete presenta punti di forza e carenze specifiche. Di conseguenza, sebbene lo switchover sia un processo “multirete” o “multipiattaforma” e televisione digitale non sia sinonimo di televisione terrestre digitale, il dibattito spesso verte sulla televisione terrestre per via del potenziale di recupero dello spettro utilizzato correntemente dalla televisione analogica terrestre e del tradizionale coinvolgimento dello Stato in questo settore.

Né tantomeno la televisione digitale equivale alla televisione interattiva, in quanto la prima riguarda il tipo di rete di comunicazione ed è l’argomento del presente documento, mentre la seconda fa riferimento ad alcuni servizi che possono essere forniti tramite tale rete. In pratica, le grandi quantità di reti e servizi sono correlate. Infine, la televisione digitale non è solamente la pay-Tv, in quanto in alcuni Stati membri esistono anche i programmi free-to-air della televisione digitale.

 

Quali i vantaggi (e gli svantaggi)

Tutti i vantaggi della trasmissione radiotelevisiva digitale derivano dalla possibilità di elaborare e comprimere dati digitali, rendendo assai più efficace l’uso della capacità di rete rispetto ai segnali analogici. Questo fenomeno può essere sfruttato in diversi modi. Innanzitutto, consente di offrire servizi di teleradiodiffusione nuovi o comunque migliorati: programmi aggiuntivi, miglioramenti connessi ai programmi, miglioramento della qualità dell’immagine e del suono, servizi interattivi e di trasmissione dati, tra cui i servizi della società dell’informazione e di Internet.

In secondo luogo, lo switch-off della televisione analogica terrestre consentirebbe di liberare diverse centinaia di MHz sulle bande di frequenza VHF e UHF che potrebbero essere riallocati per vari usi, ad esempio associando le caratteristiche di servizi convergenti della telefonia mobile e della trasmissione radiotelevisiva terrestre, come la trasmissione dati mobile (datacasting). Nel frattempo, però, la transizione al digitale può effettivamente aggravare la scarsità di frequenze disponibili dovuta alla trasmissione analogica e digitale in parallelo (simulcast).

La durata del periodo di switch-over è pertanto cruciale, specialmente nelle zone in cui lo spazio dello spettro è affollato.

In terzo luogo, la migrazione aumenterebbe la competitività e l’innovazione nel mercato grazie alla possibile entrata di nuovi operatori a diversi livelli nella catena di valore, ad esempio nuove emittenti o nuovi progetti di applicazioni interattive.

In ogni caso, nel breve termine, la transizione implica costi e difficoltà significativi associati alla necessità di operare una modernizzazione tecnica a tutti i livelli della catena di valore e di rivedere i meccanismi e le impostazioni relativi allo spettro, concepire servizi interessanti per promuovere la domanda, senza la quale il processo nel suo insieme potrebbe essere insostenibile dal punto di vista finanziario e politico, e superare lo scetticismo e persino la resistenza da parte

di alcune industrie e di alcuni cittadini, che possono vedere i rischi di un cambiamento dello status quo del settore della teleradiodiffusione.

 

La Tv digitale nell’Ue

La televisione digitale è stata introdotta nel 1994 negli Stati Uniti e nel 1996 in Europa, dapprima per le reti via satellite e subito dopo per quelle via cavo e terrestri, sulla base delle specifiche DVB (Digital Video Broadcasting).

Nel 2002 si è stimato che in media 32 milioni di famiglie nell’Ue (21%) erano collegate alla televisione digitale: 21,5 milioni (13,9%) via satellite, 8,1 milioni (5,2%) via cavo, 2,6 milioni (1,7%) terrestre . La digitalizzazione della Tv via satellite è determinata dal mercato. Anche quella della televisione via cavo dipende dal mercato, ma la prospettiva dello switch-off analogico è più remota rispetto a quella via satellite. La difficoltà maggiore per lo switch-over riguarda la televisione terrestre a causa di fattori quali mancanza di spettro in alcune zone, costi importanti per conseguire un’ampia copertura, capacità di rete relativamente limitata, offerta di televisioni concorrenti già esistenti ed errori commerciali. Finora la televisione digitale si è sviluppata grazie alla Pay-Tv via satellite e le trasmissioni in chiaro rappresentano ancora meno del 20% degli spettatori totali della televisione digitale. A sua volta, la Pay-Tv digitale ha ricevuto un impulso dalla programmazione multicanale e premium, unitamente ai set top box, finanziati dagli operatori stessi. La Pay-Tv e la televisione digitale si sono sviluppate principalmente in Paesi in cui la televisione analogica terrestre era predominante e, diversamente dai Paesi in cui la televisione è essenzialmente via cavo, in cui erano disponibili pochi canali. Tuttavia, il tasso di diffusione della Pay-Tv, e quindi della televisione digitale, ha subito una battuta d’arresto.

Dato che, a quanto sembra, molti non si abboneranno mai alla Pay-Tv per diversi motivi (tra cui il suo costo aggiuntivo e il fatto di essere soddisfatti dell’offerta dei programmi trasmessi in chiaro), almeno nella sua forma attuale e, in particolare nei Paesi in cui la televisione è via cavo, per la televisione digitale sono necessari incentivi che vadano oltre la Pay-Tv tradizionale nonché una migliore differenziazione dalla televisione analogica, possibile combinando una maggiore quota di free-to-air (compresa la programmazione della televisione digitale terrestre), migliore qualità dell’immagine, servizi interattivi e di trasmissione dati, ricezione portatile e mobile.

 

La Radio digitale

La situazione è più delicata per i servizi radio digitali non integrati, ossia che non rientrano nei bouquet di servizi della televisione digitale né si ricevono via Internet. Diversamente dagli Stati Uniti e da altri Paesi nel mondo, in Europa non esiste ancora la radiodiffusione digitale via satellite. La trasmissione radio digitale terrestre ha avuto inizio nel 1995, sulla base del sistema “Eureka-147 - Digital Audio Broadcasting” (DAB). Tuttavia, esistono pochissimi ricevitori digitali sul mercato e quindi quasi nessun ascoltatore, per quanto dal 2002 si osservi un miglioramento, in particolare nel Regno Unito. Il problema principale consiste nella sostituzione di milioni di ricevitori analogici, spesso a basso costo, con ricevitori digitali ben più esosi. Gran parte dei consumatori non conoscono la radio digitale e considerano la radio analogica perfettamente conveniente. Per il momento, il valore aggiunto della radio digitale, o almeno le informazioni a disposizione dei consumatori, non sembrano sufficienti per giustificare il costo aggiuntivo per il consumatore medio, anche se i prezzi stanno scendendo. Per di più, vista la portata limitata dei programmi radiofonici a pagamento, il finanziamento dei ricevitori in Europa rimane difficile. Inoltre, anche se lo switch-off per la radio analogica avesse luogo, rispetto alla televisione sarebbero liberate poche frequenze, probabilmente assorbite dalla maggiore domanda di servizi radiofonici.

 

Un mercato complesso

In realtà, in gran parte degli Stati Ue la radio e la televisione digitali sono mercati recenti, le cui attuali difficoltà sono più di ordine commerciale che tecnologico. Tuttavia, continuano ad essere lanciati nuovi progetti, quasi tutti gli Stati membri hanno adottato misure strategiche per promuovere la televisione digitale e molti hanno fatto altrettanto per la radio digitale. Non esistono uno schema o una formula unici per procedere allo switch-over. Si riscontrano

infatti esperienze diverse a seconda delle circostanze locali e da una rete all’altra. Di conseguenza, l’analisi generale proposta in questa sede non è che una semplificazione della questione. Il dibattito sullo switch-over, e quindi la presente comunicazione, tendono a concentrarsi sulla televisione terrestre per due motivi: le maggiori difficoltà di una

digitalizzazione determinata dal mercato rispetto ad altre reti e i maggiori rischi politici e il più intenso coinvolgimento dello Stato, in special modo per via della pressione a recuperare frequenze e dell’opinione diffusa che associa i servizi di trasmissione terrestri con quelli free-to-air universali.

Il passaggio al digitale è un processo lungo e complesso che comporta molte variabili e influisce, in minor o maggior misura, su diverse parti interessate, in particolare gli utenti/consumatori, l’industria e le autorità pubbliche. Ciascun gruppo può essere ulteriormente diviso in segmenti. Ad esempio, gli utenti possono essere classificati in base al loro atteggiamento nei confronti della televisione digitale: abbonati effettivi o potenziali alla Pay-Tv, partendo dal presupposto che tutte le Pay-Tv saranno prima o poi digitali; spettatori effettivi o potenziali della televisione free-to-air digitale, che hanno acquistato o desiderano acquistare un ricevitore digitale; spettatori che saranno sempre reticenti all’uso di qualsiasi forma di televisione digitale, sia essa Pay-Tv o free-to-air, per motivi di vario genere. Com’è ovvio, le strategie per la migrazione adottate determineranno e saranno determinate dalla percentuale di ciascuna categoria di utenza. In particolare, la misura in cui le sole forze di mercato possono conseguire la digitalizzazione dipenderà dal numero e dalla capacità di recupero dei consumatori riluttanti a passare alla televisione digitale.

Lo switch-over riguarda anche molti altri operatori del settore (progettisti di contenuti, fornitori di servizi, operatori di rete o produttori di apparati), di cui alcuni erano già attivi nel mercato della trasmissione in tecnica analogica ed altri sono alla ricerca di nuove opportunità commerciali. Allo stesso modo, vari dipartimenti delle amministrazioni nazionali e internazionali sono interessati al passaggio al digitale, perché riguarda il conseguimento degli obiettivi delle politiche in generale.

 

L’intervento pubblico e il mercato

La necessità o meno che le autorità pubbliche intervengano per accelerare lo switch-over o influire in altro modo su tale processo costituisce una questione fondamentale. L’intervento dello Stato è giustificato sulla base di due premesse. In primo luogo, la misura in cui ciò riguarda l’interesse comune, ossia fino a che punto i possibili benefici o problemi riguardano la società nel suo insieme, più che particolari gruppi o persone. In secondo luogo, l’inadeguatezza

del mercato, cioè il fatto che le forze del mercato non riescano da sole a far fronte all’evento in termini di interessi della collettività. In altre parole, il comportamento degli operatori di mercato non internalizza totalmente i costi di switch-over  La probabilità di un crollo del mercato è legata alla complessità dell’ambiente in cui ha luogo lo switch-over e alle interazioni tra i principali soggetti coinvolti. Tutti hanno interessi da difendere e cercano di influire sulle variabili fondamentali: introduzione o meno della televisione terrestre digitale, rapidità della migrazione e data dell’effettivo switch-off, aspetti positivi e tipo di intervento pubblico. Tuttavia, è probabile che sia l’azione coordinata da parte delle principali parti interessate più che il conflitto tra singole strategie determini i risultati migliori per la collettività: uno switch-off rapido ed efficiente con le minori implicazioni negative possibili dal punto di vista socioeconomico.

La tempistica è un elemento chiave di qualsiasi intervento relativo allo switch-over. Un’azione prematura o tardiva può rivelarsi inutile e persino controproducente in quanto porta a una distorsione del mercato. Un intervento tempestivo esige una buona conoscenza della situazione e dell’evoluzione del mercato e pertanto una regolare sorveglianza e analisi. In

principio, se è probabile che una migrazione a breve termine sia discutibile, la scelta di una data più lontana può ridurne gli effetti positivi.

 

Switch-over in 3 passi

In tal senso, per lo switch-over televisivo si possono distinguere tre fasi principali: la fase di adozione stimolata dalla Pay-Tv, in cui prima o poi gli operatori convertono gli abbonati alla tecnica digitale; la fase di consolidamento, iniziata ora nei

Paesi dove la televisione digitale è più avanzata, in cui i consumatori decidono di loro iniziativa di dotarsi dei dispositivi per la ricezione della televisione digitale in chiaro; la fase conclusiva, in cui gli utenti ancora reticenti rispetto a qualsiasi tipo di televisione digitale sono obbligati ad adottarla, con o senza finanziamento pubblico per l’acquisto del ricevitore digitale. L’intervento pubblico può finanziare la penetrazione della televisione digitale in tutte e tre le fasi, ma le misure più energiche dovrebbero essere limitate a quella conclusiva, dopo che l’industria ha effettuato tutto il possibile per aumentarne l’adozione da parte dei consumatori. Nel settore della teleradiodiffusione, l’intervento pubblico è tradizionalmente più intenso che in altri settori dell’informazione e della comunicazione, come le telecomunicazioni, in cui la liberalizzazione ha inciso in modo maggiore. Ciò si spiega grazie all’importanza socio-politica dei contenuti dei programmi radiotelevisivi, che richiede l’obbligo di una qualità minima e del pluralismo. L’intervento politico è persino maggiore nel caso della trasmissione terrestre per via del pesante utilizzo di radiofrequenze, una risorsa pubblica preziosa, e dell’opinione, illustrata in precedenza, secondo cui la televisione terrestre è associata ai servizi televisivi universali free-to-air. Ciononostante, il contesto in cui è avvenuta l’introduzione delle tecniche analogica e digitale è assai diverso. Quando è stata introdotta la trasmissione radiotelevisiva analogica, l’unica opzione era quella terrestre: non vi era concorrenza e il mercato era interamente determinato dall’intervento normativo. Oggigiorno esistono diversi tipi di rete, un’elevata concorrenza di mercato e una più rapida evoluzione tecnologica. In tali circostanze, la transizione al digitale rappresenta una sfida considerevole per l’industria e deve essere trainata dal mercato. L’intervento pubblico per facilitare e dirigere il processo potrebbe essere giustificato per via degli interessi generali in gioco.

I rischi di un intervento o meno da parte dello Stato vanno comunque valutati. Il mancato intervento può portare al crollo del mercato e mettere a repentaglio gli obiettivi nell’interesse comune nel senso spiegato in precedenza. Per quanto riguarda, invece, i rischi di un intervento pubblico, gli operatori del settore potrebbero avvalersi degli orientamenti basati sulle politiche per controbilanciare il rischio commerciale, a scapito della competitività e dell’impulso a innovare. Ciò potrebbe portare a effetti perversi come “il rischio morale”o l’inazione del mercato e finire con rallentare il processo di migrazione. In pratica, questi operatori possono gonfiare i vantaggi della trasmissione in tecnica digitale, mescolando benefici privati e collettivi. Possono poi persuadere le autorità a sostenerli (giuridicamente, finanziariamente o in altro modo) in nome dell’interesse comune per ottenere un vantaggio competitivo sugli avversari. In mancanza di motivazioni trasparenti, ciò potrebbe distorcere il mercato.

 

Tutto nei ricevitori

Provvedere affinché gran parte degli utenti dispongano di un ricevitore digitale rappresenta la sfida principale della switch-over ed è una condizione indispensabile per la cessazione delle trasmissioni in tecnica analogica. Trovare una soluzione per tutti i ricevitori di una famiglia e non solo quello principale aumenta la difficoltà; le due opzioni fondamentali sono i convertitori digitali (set-top box) collegati ai ricevitori analogici o i ricevitori digitali integrati. Inoltre, sono spesso indispensabili ulteriori dispositivi di ricezione come cablaggi, antenne, parabole, ecc.

Per soddisfare diverse categorie di utenza, deve esserci un’ampia gamma di soluzioni per la ricezione digitale. Ciò significa una scelta di funzioni, prezzi e formule commerciali. Il costo delle apparecchiature non è un ostacolo insormontabile per l’utente della Pay-Tv, dal momento che gli operatori europei della Pay-Tv lo sovvenzionano e hanno già installato milioni di set top box. Tuttavia, l’ampia diffusione della televisione digitale non sarà ottenuta solamente mediante la Pay-Tv.

Oggi, lo scoglio fondamentale riguarda la creazione di mercati orizzontali per i ricevitori, non sovvenzionati, necessari ai servizi in chiaro della televisione digitale, per i quali il consumatore si fa carico della totalità dei costi fin dall’inizio. La coesistenza dei due modelli commerciali è importante per la penetrazione diffusa del mercato della televisione digitale.

La disponibilità di ricevitori a basso costo è essenziale per minimizzare gli ostacoli all’entrata per il consumatore. La maggior parte dei consumatori infatti deve essere provvista di tali dispositivi prima che possa aver luogo lo switch-off. I costi delle apparecchiature non dovrebbero essere molto superiori rispetto alla tecnica analogica e i servizi dovrebbero quanto meno corrispondere, offrendo in tal modo un punto di entrata a basso costo alla televisione digitale. Questa sembra essere la direzione in cui evolve attualmente il mercato. Com’è ovvio, i consumatori dovrebbero anche avere la possibilità di acquistare apparecchiature costose per servizi sofisticati. Anche la diversità di servizi e di apparecchiature può concorrere alla penetrazione diffusa della televisione digitale nel mercato. Alcuni Stati membri hanno previsto diverse altre forme di incentivo, quali ad esempio una riduzione provvisoria e digressiva dei canoni per le famiglie dotate di apparecchi digitali per incoraggiare una rapida migrazione verso il digitale. Altri, invece, applicano un’aliquota Iva ridotta sui servizi “pay-per view” e sui servizi di teleradiodiffusione su abbonamento. Le informazioni al consumatore sono prioritarie per motivare l’acquisto di apparecchi digitali se si intende applicare allo switch-over un metodo orientato al mercato. I consumatori devono poter pianificare la loro migrazione più che essere obbligati e quindi penalizzati da questo processo. Devono sapere che cosa possono offrire i vari dispositivi, quali sono le prospettive dell’invecchiamento degli apparecchi analogici e conoscere le possibilità di upgrading. Informare i consumatori è compito dei produttori e dei commercianti di tali apparecchi e dei fornitori di servizi, i quali devono coordinare il loro intervento ed esprimere messaggi chiari. La possibilità di vietare, a date scaglionate, le vendite di ricevitori televisivi esclusivamente analogici è stata approvata negli Stati Uniti e discussa in alcuni Stati membri dell’Ue. Rimane comunque difficile prevedere qualcosa di analogo nell’Ue. Infatti, nonostante le notevoli differenze tra i mercati nazionali dell’Ue, tutti i Paesi dovrebbero applicare tale obbligo più o meno allo stesso tempo per mantenere l’omogeneità del mercato interno. Ciò avrebbe un impatto maggiore in Paesi in cui la diffusione del digitale rimane contenuta e forzerebbe il principio di sussidiarietà tradizionalmente applicato alla politica in materia di teleradiodiffusione. Un altro potenziale svantaggio dell’obbligo dei ricevitori digitali integrati è rappresentato dal costo supplementare per il consumatore, il quale, a seconda dei requisiti tecnici precisi, potrebbe tuttavia essere compensato in parte dalle economie di scala. L’impatto sarebbe maggiore nei Paesi in cui la televisione digitale è meno sviluppata, in particolare alcuni dei Paesi che entrano a fare parte dell’Unione nel 2004. Vi sono inoltre preoccupazioni in merito alla neutralità tecnologica del provvedimento. Consentire solo un tipo di sintonizzatore digitale favorirebbe probabilmente la rete televisiva analogica dominante, spesso terrestre.

 

Diritti d’autore

Di norma, il simulcast digitale di un servizio protetto da copyright comporta il pagamento supplementare del copyright anche se il numero degli spettatori rimane praticamente invariato. Ciò costituisce un disincentivo a fornire o estendere servizi in tecnica digitale. I detentori del diritto, e i loro rappresentanti, dovrebbero essere sollecitati a offrire opportune condizioni per il simulcast analogico-digitale mediante un identico meccanismo di diffusione quando l’obiettivo ultimo sia la migrazione. L’evoluzione della telediffusione digitale può essere frenata anche dall’incapacità dei cittadini dell’Ue di ottenere accesso legalmente a programmi televisivi diversi da quelli dello Stato membro in cui risiedono. Nonostante sia tecnicamente possibile, generalmente tale accesso non è consentito per motivi correlati alla protezione del copyright sui contenuti. Numerose denunce da parte di cittadini europei hanno richiamato l’attenzione su questo aspetto, auspicando un miglioramento della situazione.

 

Varietà dei servizi di telediffusione digitale

La teleradiodiffusione digitale attirerà diverse categorie di consumatori, se associata a una vasta gamma di servizi non disponibili, o solo parzialmente, in tecnica analogica, come la ricezione portatile e mobile; qualità audio e d’immagine superiore, includendo gli schermi panoramici e ad alta definizione, servizi interattivi e di trasmissione dati, in particolare, i servizi della “Società dell’informazione”. Una siffatta varietà di servizi in tecnica digitale concorre a rendere la televisione digitale più appetibile dei servizi multicanale e premium a pagamento. Si tratta dei servizi predominanti della televisione digitale fin dalla fase iniziale del mercato, ma solitamente non costituiscono un incentivo sufficiente se sono disponibili i servizi multicanale in tecnica analogica. Diversificare al massimo i servizi in digitale contribuirà a sottolineare la differenza con l’analogico e tornerà utile a quei segmenti di popolazione e di mercato interessati ad altri tipologie di servizi della televisione digitale. Inoltre, le autorità pubbliche possono incoraggiare la disponibilità di contenuti a valore aggiunto sulle reti televisive in diversi modi. Innanzitutto, si ha sempre più accesso a informazioni amministrative sicure, conformemente all’invito agli Stati membri, espresso in eEurope 2005, di sfruttare entro la fine del 2004 le potenzialità dell’accesso multipiattaforma per i servizi pubblici basilari. Gran parte di queste informazioni sono preziose per i cittadini e sono spesso ottenibili a costi contenuti. Sulla base dei risultati ottenuti con l’e-government, è possibile garantire che le informazioni formattate siano visualizzate sullo schermo televisivo in formati accessibili. L’azione dell’Ue può offrire massa critica e ridurre i costi grazie alle economie di scala. Ciò implica soluzioni interoperabili e orizzontali, il più tecnologicamente neutrali possibile, per agevolare gli scambi tra amministrazioni.

In secondo luogo, varie iniziative dell’Ue relative a e-content (contenuti digitali europei per le reti globali), e-government (amministrazione), e-learning (istruzione) e e-health (sanità) e i programmi di ricerca IST possono sostenere le partnership pubblico-privato per conferire un contenuto a maggiore valore aggiunto, correlato alla pubblica amministrazione o meno, sulle reti di trasmissione radiotelevisiva digitali.

In terzo luogo, la concorrenza nel settore dei servizi può essere incentivata grazie all’attuazione della normativa comunitaria sull’accesso, da parte di terzi, alle reti e alle risorse destinate alla comunicazione elettronica. Tra tali servizi si annoverano i programmi di diffusione tradizionali ma anche servizi interattivi come i servizi di messaggeria che consentono agli utenti di interagire, incentivando l’adozione del nuovo sistema mediante effetti di rete diretti.

 

Gestione dello spettro radio

Lo spettro radio per la trasmissione terrestre rappresenta al contempo un’importante giustificazione e una sfida per la migrazione al digitale. La cessazione della trasmissione in tecnica analogica offre la prospettiva della “liberazione” di diverse centinaia di MHz di spettro “di ottima qualità”. Si tratta di una porzione sostanziale, paragonabile ad esempio alla totalità delle frequenze utilizzate dalle reti cellulari in Europa. Ma prima è necessario gestire una situazione di penuria di radiofrequenze durante una fase di simulcast più o meno lunga in cui coesistono trasmissioni in analogico e in digitale. La situazione relativa allo spettro varia da una regione europea ad un’altra. Nell’ambito dell’UIT/CEPT esiste un alto grado di coordinamento della gestione dello spettro radio a livello internazionale. Questi forum internazionali si occupano essenzialmente di due importanti questioni: evitare le interferenze transfrontaliere e promuovere la circolazione dei servizi e delle attrezzature per la comunicazione wireless su scala mondiale o regionale, incoraggiando l’armonizzazione volontaria delle bande di frequenza utilizzate con finalità specifiche. Sebbene, fino a poco tempo fa, l’Ue intervenisse nelle questioni inerenti lo spettro radio solamente emanando misure legislative puntuali a sostegno delle politiche comunitarie in materia, la possibilità di coordinamento in questo campo ora è stata ampliata grazie all’adozione

della decisione “Spettro radio”, che autorizza la Commissione a prendere misure tecniche di applicazione per soddisfare gli obblighi di armonizzazione dello spettro radio previsti dalle politiche comunitarie. In termini di gestione dello spettro radio, è opportuno distinguere tra “allocazione” e “assegnazione”. La voce “allocazione” fa riferimento alle tipologie di servizio trasmesse in determinate bande di frequenza (mobili terrestri, fisse via satellite, radioastronomiche, ecc.), la cui armonizzazione rientra in ambito preponderantemente sovranazionale. La distinzione tra servizi diversi può essere, tuttavia, sempre più complessa per via dell’evoluzione del mercato e della tecnologia, in particolare associata alla migrazione al digitale, che richiede metodi via via più flessibili di allocazione delle radiofrequenze. La questione rientra, ma in realtà trascende, il dibattito sullo switch-over. L’assegnazione di radiofrequenze, invece, indica la concessione del diritto di utilizzare determinate radiofrequenze ad imprese, organizzazioni o privati, e viene gestita a livello nazionale senza praticamente considerare eventuali effetti in altri Paesi.

Una questione fondamentale per tutti gli Stati membri riguarda la riallocazione del “dividendo digitale”, ossia delle radiofrequenze liberate alla cessazione delle trasmissioni in tecnica analogica. Si possono immaginare vari utilizzi alternativi: un maggior numero di servizi radiotelevisivi di migliore qualità (ricezione portatile, maggior qualità audiovisiva, tra cui schermo panoramico e alta definizione, programmi e servizi aggiuntivi), altri servizi wireless, servizi convergenti, o ancora una combinazione di queste opzioni. Finora, l’accento è stato posto sul fatto di mantenere lo spettro nell’ambito della trasmissione radiotelevisiva, per quanto in vari organismi si stia elaborando il possibile uso alternativo dello spettro per altri servizi. Data la rapidità del progresso tecnologico e la prospettiva a medio termine dello switch-off, è importante non scartare alcuna opzione in questa fase. Ciò comprende situazioni in cui la teleradiodiffusione evolverebbe verso servizi più sofisticati o convergenti, ad esempio i servizi di trasmissione dati mobile (datacasting) che associano caratteristiche della telefonia mobile alla teleradiodiffusione terrestre. Un’altra questione è l’attuale organizzazione della migrazione al digitale e la data per lo switch-off. Si tratta di un altro fattore importante per determinare lo spettro disponibile per altri usi, dato che il mantenimento della fornitura di servizi in analogico in un Paese potrebbe limitare l’uso di quelle radiofrequenze in un altro. Questa conflittualità tra le priorità di diversi governi nazionali è particolarmente acuta per i segnali di trasmissione per via delle lunghe distanze da percorrere a causa della potenza elevata e dell’uso di basse frequenze (VHF e UHF). Ne consegue che in alcuni Paesi, il progresso per quanto riguarda lo switch-over, e i relativi benefici, può essere frenato da una migrazione più lenta nei Paesi confinanti.

Discussioni tecniche su questioni di coordinamento hanno luogo da qualche anno ormai in seno all’UIT e alla CEPT. In particolare, la Conferenza regionale delle radiocomunicazioni in due sessioni dell’UIT, riguardante l’intera zona di trasmissione europea, l’Africa e i Paesi limitrofi, ha fissato incontri nel 2004 e nel 2006 per riesaminare l’attuale programma per il coordinamento delle frequenze per la trasmissione radiotelevisiva terrestre (piano di Stoccolma del 1961 e successivi aggiornamenti) in modo da facilitare la transizione al digitale e prepararsi alla fase successiva allo switch-off. Questi negoziati intergovernativi si centrano essenzialmente su questioni di ordine tecnico e non si fondano necessariamente su obiettivi programmatici comuni, con risultati non sempre in linea all’evoluzione del mercato. La scelta dei meccanismi di coordinamento in base a criteri tecnici specifici può anche portare ad escludere altre alternative e a ridurre eventualmente la concorrenza sul mercato a scapito degli interessi dei consumatori.

 

Conclusioni

La migrazione dalla trasmissione radiotelevisiva in tecnica analogica a quella in digitale è un processo complesso con implicazioni di ampio respiro. Le esperienze differiscono considerevolmente da un contesto nazionale all’altro, date le diverse posizioni di partenza degli Stati membri. L’Ue monitorerà le politiche di switch-over nazionali, garantendone la compatibilità con il diritto comunitario, e continuerà a favorire il progresso della teleradiodiffusione digitale.

L’intervento programmatico può agevolare il processo di migrazione in determinate circostanze, contribuendo al conseguimento degli obiettivi di interesse generale. Alle autorità nazionali spetta un ruolo rilevante in questo senso.

Si osserva la necessità di un metodo determinato dal mercato che ponga i consumatori al centro di politiche trasparenti e di un trattamento equo degli operatori. Le misure pubbliche a livello nazionale dovrebbero essere proporzionali e indipendenti dalle piattaforme tecnologiche. Sono state definite varie iniziative a livello dell’Ue, riguardanti in particolare i seguenti settori:

- Trasparenza e monitoraggio: gli Stati membri forniranno informazioni attinenti allo switch-over nel quadro del piano di azione eEurope e la relazione annuale sull’attuazione del pacchetto normativo sulle comunicazioni elettroniche. La Commissione esaminerà tali informazioni e riferirà alle istituzioni destinatarie della presente comunicazione.

- Informazioni ai consumatori sulla transizione verso il digitale e le nuove apparecchiature: la Commissione studierà con i principali soggetti interessati la possibilità di un’azione coordinata in questo campo.

- Spettro radio: la Commissione proporrà agli Stati membri di discutere gli aspetti dello switch-over relativi allo spettro nell’ambito del nuovo quadro strategico comunitario in materia.

Infine la Commissione continuerà a monitorare l’evoluzione dei mercati della trasmissione radiotelevisiva digitale e delle relative politiche nazionali. Riesaminerà, se lo riterrà necessario, le diverse problematiche del processo di migrazione per facilitare l’impegno degli Stati membri e degli operatori di mercato e per garantire la compatibilità dei provvedimenti nazionali con la normativa e le politiche comunitarie in materia.

 

 

 

Il digitale televisivo e lo scenario italiano

 

Lo sviluppo e l’affermazione della Tv digitale in Italia dipendono molto dalle condizioni iniziali da cui è partito questo importante cambiamento. Per approfondire questa tematica, pubblichiamo volentieri un’interessante riflessione, risultata dall’analisi del sistema televisivo tradizionale, elaborata nel corso del 2003 da un noto docente dell’Università La Sapienza di Roma. Si scopre così che l’attesa “rivoluzione” rischia di cambiare ben poco lo stato delle cose...

 

di Antonio Sassano

 

Nel nostro Paese solo sei reti (le tre Rai e le tre Mediaset) garantiscono una copertura del territorio (80%) che, in base alle leggi vigenti, assicura loro la qualifica di reti nazionali. Queste sei reti raccolgono più del 90% degli investimenti pubblicitari e posseggono una share del prime time pari all’88%.

Questi non sono però i numeri più significativi. Infatti, è nell’occupazione delle frequenze che il duopolio televisivo rivela tutta la sua “geometrica potenza”. Rai e Mediaset utilizzano una media di 1500 trasmettitori per rete. La 7, che è la più estesa delle altre reti nazionali, ne utilizza meno della metà (647) e tutte le altre reti “nazionali” meno di 200 ciascuna. Qualcuno dirà: evidentemente c’è bisogno di un numero molto alto di trasmettitori (e di frequenze) per raggiungere le coperture assicurate da Rai e Mediaset. In altre parole, il numero totale di frequenze disponibili e la tecnologia analogica consentono solo a 6 reti nazionali di raggiungere le coperture di legge. L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha risposto con chiarezza a questa obiezione. Il Piano Analogico del 1998 garantisce che l’80% del territorio nazionale e più del 90% della popolazione possono essere serviti da una rete composta da meno di 500 trasmettitori. Di conseguenza, il numero totale di frequenze disponibili consente a 18 reti nazionali di questo tipo di operare efficacemente. Quindi: la realtà è che le frequenze sono utilizzate in modo inefficiente e sono distribuite in modo fortemente asimmetrico e discriminatorio tra gli operatori. Il Piano Analogico del 1998 indicava una situazione a regime di uso razionale dello spettro e di significativo aumento della capacità trasmissiva. L’unica difficoltà che il Piano poneva era quella della trasformazione delle “caotiche” reti analogiche esistenti nelle razionali reti pianificate. Davanti a questa difficoltà molte forze ed interessi intervennero, con successo, per determinare la rinuncia alla faticosa opera di razionalizzazione dello spettro. Motivazioni di vario tipo accomunarono i duopolisti e le vittime del duopolio in un’efficace azione di sbarramento e di depotenziamento degli effetti del Piano; tra queste: l’interesse dei duopolisti a non perdere la disponibilità di frequenze che il Piano dimostrava ridondanti, la paura del cambiamento e della razionalizzazione che potevano significare nuovi investimenti in impianti e la perdita di piccole posizioni di vantaggio conquistate in anni di faticosa “guerra di trincea radio-elettrica” e, infine, la paura dei piccoli operatori di non ottenere le concessioni o di veder piombare nuovi e più agguerriti concorrenti in un sistema radio-televisivo razionalizzato e reso adatto a nuovi investimenti. Come si vede, non ho citato tra le motivazioni “forti” alla resistenza al Piano Analogico la difesa di “Rete 4”. Certamente questa fu una delle motivazioni, ma, a mio avviso, di rilevanza minore rispetto alla difesa del complesso delle frequenze utilizzate dalle reti Rai e Mediaset.

 

Cura dimagrante

Bisogna infatti comprendere che nella sua opera di razionalizzazione il Piano avrebbe migliorato il servizio per le altre reti nazionali, regionali e locali riducendo le ridondanze delle reti dei duopolisti e portando le 1735 frequenze di Rai1 (le 1771 frequenze di Canale 5, le 1684 frequenze di Rai2 e le 1608 frequenze di Italia 1) a meno di 500. La razionalizzazione cioè non avrebbe semplicemente portato a 2 le reti Rai e Mediaset, ma reso uniforme l’uso dello spettro tra tutti gli operatori nazionali e garantito parità di condizioni a tutti gli attori del mercato televisivo. Ovviamente, come era ragionevole attendersi, questo lo si sarebbe ottenuto operando una significativa razionalizzazione dell’uso delle frequenze da parte dei duopolisti. La motivazione ufficiale per l’affossamento del Piano Analogico fu l’attesa dell’avvento del Digitale Terrestre. Motivazione, per altro, estremamente corretta e convincente. Perché effettuare una transizione dall’analogico “caotico” all’analogico ordinato quando è in arrivo una rivoluzione tecnologica che ci costringerà a cambiare di nuovo tutti i nostri impianti? Aspettiamo qualche anno ed effettuiamo un singolo passaggio dal “caos” analogico all’ordine digitale. Perfetto. Questa era la “ratio” della legge 66 del 2001: dimentichiamo la razionalizzazione analogica e poniamo mano, in sintonia con tutti gli altri Paesi europei, alla transizione analogico-digitale. L’Autorità delle Comunicazioni avrebbe dovuto predisporre un Piano Digitale e questo, in luogo di quello Analogico del 1998, sarebbe dovuto diventare il nuovo punto di equilibrio stabile del nostro sistema televisivo. La Legge Gasparri ha preso le mosse da questo, ragionevole, progetto. Infatti, essa elegge a suo punto di arrivo la situazione prevista dal Piano della Tv Digitale Terrestre, licenziato dall’Autorità delle Comunicazioni nel gennaio del 2003. Il Piano Digitale certifica la realizzabilità di 12 multiplex nazionali ricevibili in modo ottimale sull’80% del territorio e da più del 90% della popolazione italiana e di ulteriori 6 multiplex regionali per ciascuna regione. Ciascuno di questi multiplex è in grado di trasportare fino a 5 programmi del tipo di quelli attualmente irradiati dalle reti analogiche (Rai 1 o Canale 5, per capirci) e di offrire all’utente una serie di servizi aggiuntivi, analoghi a quelli attualmente a disposizione degli utenti del servizio satellitare. Il Piano certifica anche che ognuno dei 18 multiplex potrà essere realizzato utilizzando meno di 300 trasmettitori. Di conseguenza, utilizzando complessivamente meno di 6mila trasmettitori, sarà possibile raggiungere più del 90% della popolazione con 90 programmi (60 nazionali e 30 regionali) di qualità paragonabile a quella delle migliori trasmissioni satellitari. Questo risultato è ancora più sorprendente ed in contrasto con il “caos” analogico di quello ottenuto dal defunto Piano Analogico. Infatti solo per garantire la diffusione delle 6 reti nazionali Rai e Mediaset sono attualmente necessari circa 10.000 trasmettitori (e frequenze). Un uso così efficiente della risorsa spettrale ha due conseguenze virtuose: la diminuzione dell’inquinamento elettromagnetico e la possibilità di riutilizzare localmente le frequenze per aggiungere ai 12 multiplex nazionali e ai 6 regionali, ulteriori 18 multiplex ad estensione provinciale in grado di trasportare, ciascuno, 3 programmi a diffusione locale (54 programmi per provincia). Quindi, la strategia del passaggio diretto al digitale, indicata dalla Legge 66/2001 viene completata e sostanziata dal Piano Digitale dell’Autorità e dalla Legge Gasparri che, nell’articolo 15 comma 1 (versione inviata alla Camera dei Deputati) riferisce al numero di programmi previsti dal Piano Digitale il limite antitrust del 20%. Tutto bene, dunque, le risorse sono aumentate, lo spettro è utilizzato in modo più efficiente rispetto al caso analogico e il limite del 20% è rispettato.  Rai e Mediaset si vedono assegnare il 20% dei 60 programmi nazionali e, quindi, 12 programmi a testa. In cambio, nella transizione analogico-digitale debbono trasformare le loro reti analogiche da circa 1500 trasmettitori l’una in reti digitali da 300 trasmettitori. Come nel caso analogico la moltiplicazione delle risorse passa attraverso la razionalizzazione e il “dimagrimento” delle reti degli operatori principali.

 

Tra il dire e il fare...

Tutto bene? La prima perplessità sorge dall’assenza di ogni dibattito sul “come” verrà effettuata la transizione analogico-digitale. Nessun dubbio sul fatto che dovrà verificarsi: la Legge Gasparri la postula, l’evoluzione della tecnologia la impone, l’Europa si sta organizzando per il suo coordinamento. Ma allora perché non discutiamo animatamente sulle strategie di transizione o su come interagire con i nostri vicini europei per salvaguardare i nostri obiettivi nazionali e perché non ascoltiamo alcuna obiezione o suggerimento da parte di Rai e Mediaset che, dopotutto, dovranno sopportare una ristrutturazione delle loro reti anche più drastica di quella richiesta dalla transizione al Piano Analogico? È forse un problema semplice che non richiede particolare impegno? La risposta è certamente no, la transizione analogico-digitale è molto più complessa della tanto temuta transizione al Piano Analogico. Gli altri Paesi europei seguiranno una strategia messa a punto in sede ERO: utilizzeranno, per avviare le trasmissioni digitali, le frequenze diverse da (e non interferenti con) quelle utilizzate per diffondere i programmi analogici; limiteranno il “simulcast” (ovvero la trasmissione di programmi già trasmessi in analogico) per favorire l’interesse degli utenti e la diffusione dei ricevitori;  “spegneranno” progressivamente le frequenze analogiche mano a mano che le reti digitali raggiungeranno coperture di popolazione superiori al 90%, anche sfruttando la diffusione di media alternativi come il cavo e il satellite. E’ possibile per noi seguire la stessa strada? La risposta a questa domanda è, purtroppo, no. In Italia non esistono media alternativi: l’88% degli italiani è servito esclusivamente dalla televisione analogica. In Italia esistono pochissime frequenze libere: utilizziamo 23.506 frequenze (contro le 10.099 della Germania, le 12.455 della Francia e le 6000 del Piano Digitale). La Legge Gasparri consente e incoraggia il “simulcast” e, quindi, l’uso di una risorsa scarsissima per la trasmissione degli stessi programmi. Ma, soprattutto, la qualità delle frequenze libere non è certificata: le informazioni disponibili in sede ERO mostrano una situazione interferenziale analogica insostenibile. Nessun programma è ricevibile sul territorio nazionale con la qualità garantita dal Piano Analogico. Questo significa che i dati ufficiali forniti dal nostro Paese all’ERO hanno un’attendibilità limitata e che la situazione interferenziale realmente presente sul terreno non è quella fornita all’ERO e non è, quindi, ufficialmente nota. Di conseguenza le poche frequenze apparentemente libere non hanno una qualità certificata e, se usate, potrebbero essere fortemente interferenti con i programmi analogici. L’acquisto e la vendita delle frequenze è, nel nostro Paese, un’attività ad altissimo rischio: nessuno può garantire, per via simulativa, l’estensione delle aree di servizio. Non esistendo una descrizione accurata e aderente alla realtà dell’uso dell’etere, nessuna valutazione che si basi sul numero degli utenti serviti è tecnicamente praticabile.

 

La rivoluzione del Gattopardo

Gli operatori dominanti hanno le maggiori possibilità di utilizzare frequenze “ridondanti” ma il minor interesse alla razionalizzazione dello spettro: Rai e Mediaset, per ragioni storiche, hanno un grande numero di “doppie” e “triple coperture” sui bacini d’utenza più significativi ma anche il minor interesse ad utilizzarle per una razionalizzazione complessiva del sistema. Ma allora, se la transizione analogico-digitale è un problema più complesso per l’Italia che per gli altri Paesi europei e se richiede uno sforzo soprattutto da parte degli operatori dominanti, come può la Legge Gasparri assumere i numeri del Piano Digitale come base per la valutazione dei limiti anti-trust e garantirne il rispetto per il 1 gennaio 2004 come richiesto dalla Corte Costituzionale?  La risposta a questa domanda credo debba essere ricercata nel testo della Legge Gasparri e negli scenari di mercato che essa, e in modo più evidente nella sua prima stesura approvata dal Parlamento, consente ed incoraggia. Scenari che appaiono in stridente contrasto con i due punti cardine della legge: la riduzione del duopolio e la transizione al digitale terrestre. Immaginiamo infatti questo scenario di transizione: il digitale terrestre non si sostituisce all’analogico nel breve medio periodo, ma si somma a quest’ultimo. Le reti analogiche Rai e Mediaset restano al loro posto e ad esse vengono “aggiunti” pochi multiplex digitali, diciamo due Rai e due Mediaset, con aree di servizio limitate alle grandi città e, quindi, a bassa copertura territoriale ed alta copertura di popolazione. Molto diversi dai 18 multiplex del Piano Digitale che hanno invece l’obiettivo di coprire al meglio l’intero territorio nazionale. Le frequenze necessarie alla realizzazione di questi multiplex verranno da un mix intelligente di frequenze proprie ridondanti e di frequenze acquisite o messe a disposizione da piccole emittenti coinvolte in “joint venture”. Solo Rai e Mediaset hanno, infatti, la possibilità di progettare i nuovi multiplex in modo tale che l’acquisizione delle frequenze avvenga in accordo ad un ben congegnato programma di ottimizzazione della copertura e di minimizzazione dei costi. L’alto numero di operatori locali e il basso numero di multiplex da realizzare consentiranno a Rai e Mediaset di effettuare la selezione delle frequenze con un amplissimo margine di discrezionalità. Il valore delle frequenze acquisite sarà, inevitabilmente, determinato dal contributo marginale che esse daranno all’estensione dei multiplex di Rai e Mediaset. Ovviamente, l’acquisizione delle frequenze verrà ampiamente pubblicizzata mentre l’uso delle proprie frequenze ridondanti verrà tenuto in “secondo piano”. Risultato: le reti analogiche con il loro inefficiente uso delle frequenze restano al loro posto; il patrimonio che esse rappresentano (per i duopolisti) in termini di occupazione dello spettro rimane intatto; il digitale si avvia a “macchia di leopardo”, ovvero in aree di servizio non contigue e, quindi, adatte alle trasmissioni di programmi (locali) diversi e alla sperimentazione dell’interattività; Rai e Mediaset aumentano la loro occupazione dello spettro e avviano la sperimentazione digitale sui grandi mercati; i concessionari nazionali analogici senza frequenze restano tali; i piccoli e medi operatori regionali e locali restano nel limbo analogico in attesa che l’evoluzione della tecnologia e dei ricevitori provochi la progressiva scomparsa del loro pubblico.

 

Vedo e prevedo

Qualcuno dirà: ma la Legge Gasparri non consente tutto questo! Vediamo. La Rai è tenuta a realizzare due nuovi multiplex che coprano almeno il 50% della popolazione per il 1/1/2004 (Art. 25 comma 1). Mediaset può realizzare due multiplex con le stesse caratteristiche (Art. 23 comma 1). Rai e Mediaset ripetono su uno dei loro multiplex i programmi diffusi dalle reti analogiche (consentito dall’ Art. 23 comma 1). Tutti i programmi diffusi sui nuovi multiplex Rai e Mediaset sono considerati nazionali pur raggiungendo solo il 50% della popolazione (Art. 25 comma 7). I programmi nazionali passano da 13 (numero delle concessioni e autorizzazioni nazionali) ad almeno 19 (Art. 25 comma 7). Il 20% di 19 è maggiore di 3 e, quindi, Rai e Mediaset possono trasmettere tre programmi sulle reti analogiche e/o digitali (sarebbe sufficiente anche soltanto un multiplex di uno dei due duopolisti per ottenere questo risultato). In effetti il numero di programmi nazionali trasmessi da ciascun duopolista è 6 (tre analogici e tre repliche sui multiplex digitali) ma le repliche non contano ai fini dei limiti antitrust (Art. 25 comma 7). Conclusione: grazie all’aumento del numero di programmi trasmessi dai due duopolisti, il numero di programmi nazionali che ogni operatore può diffondere passa da 2 a 3 e Rai e Mediaset rientrano, “ipso facto”, nei limiti anti-trust. Si tratterà, forse contro le stesse intenzioni del Ministro, del primo esempio di problema di concentrazione monopolistica risolto rafforzando la posizione dei monopolisti. Ma la sopravvivenza di Rete 4 nell’etere terrestre non è il maggior problema di questo scenario di transizione-non-transizione. Dopotutto, il Piano Digitale terrestre, anche se a regime, assicura un numero di programmi per operatore sufficiente a garantire la permanenza a terra della terza rete Mediaset.

 

Epilogo della storia

Il vero problema, per il pluralismo e per il mercato, è che l’asimmetria nella distribuzione delle frequenze favorirà gli operatori dominanti nella fase di avvio delle trasmissioni digitali e non verrà, neanche parzialmente, ridotta negli anni successivi. Le frequenze analogiche resteranno nella disponibilità dei duopolisti che non avranno alcun interesse a smantellare le proprie reti analogiche per consentire la convergenza al Piano Digitale. Ci troveremo in presenza del caso da manuale che motiva la gestione diretta delle frequenze da parte di un broadcaster: la possibilità di controllare lo sviluppo del mercato. A questo punto sarà bene ammettere che la data del completo passaggio al digitale verrà decisa dai duopolisti, che il Piano Digitale dell’Autorità non verrà mai applicato, che i piccoli e medi broadcaster analogici verranno trattati, dai duopolisti, come i naufraghi di un immenso naufragio e “tirati a bordo”, nel tempo, in base all’utilità marginale delle frequenze a loro disposizione. Utilità marginale certamente decrescente al crescere della copertura digitale e certamente nulla nel momento in cui Rai e Mediaset giudicheranno profittevole trasformare una o due delle loro reti analogiche in molti nuovi multiplex digitali.     

 

 

 

I modelli di business per la Tv digitale terrestre

 

Grazie ad un interessante articolo recentemente pubblicato dalla rivista Tv Technology (che come B&P appartiene ad IMAS Publishing Group) esaminiamo esperienze collaudate (nel bene e nel male) per cercare di capire quali modelli di business possano funzionare meglio per la DTT

 

di Barry Tew*

 

Negli ultimi tempi la televisione digitale terrestre ha offerto buone performance di vendita in Gran Bretagna e promette bene anche in Germania, almeno guardando le più recenti proiezioni. Nel Regno Unito le vendite di decoder Dvb-T, da gennaio 2003, hanno superato a metà anno i 100mila pezzi, con un totale superiore a 800mila pezzi a partire dalla data di lancio dei servizi Dvb-T, ovvero ottobre 2002 (questo secondo un recente comunicato stampa della BBC). Tali cifre portano il numero totale di telespettatori della Tv digitale terrestre a circa 1,6 milioni.

Nella regione tedesca di Berlino-Brandeburgo, la prima a lanciare un servizio Dvb-T di test in Germania, le vendite di set top box hanno superato quota 100mila da novembre 2002, secondo quanto dichiara l’emittente locale ORB. Digitenne in Olanda è finalmente partita ad aprile 2003, dopo una serie di problematiche regolamentari, e i rivenditori, stupiti della risposta, hanno in breve tempo terminato i set top box che avevano a disposizione. In Finlandia le prospettive non sono male, ma limitate dalla disponibilità di set top box MHP che consentono agli utenti di usufruire di una gamma di servizi interattivi, oltre a una maggiore quantità di canali televisivi.

E allora, cosa è accaduto in così tanti luoghi con l’avvento della Tv digitale terrestre? Vi è un denominatore comune oppure no? Per rispondere a questa domanda dobbiamo analizzare la situazione di ciascun Paese in maggior dettaglio.

Gli utenti in Gran Bretagna devono pagare un canone Tv indipendentemente dal fatto che il segnale venga fornito via etere, via cavo o via satellite. La maggior parte di tale importo va a sovvenzionare la programmazione della BBC, mentre i servizi commerciali ottengono i loro ricavi dalla vendita di spazi pubblicitari. In etere sono disponibili nella maggior parte del Paese cinque canali televisivi analogici “gratuiti”. All’arrivo della televisione satellitare analogica, gli spettatori ebbero per la prima volta una scelta aggiuntiva. Tale scelta di canali è diventata ancora più ampia con la completa conversione al servizio basato su Dvb-S che attualmente conta oltre 6 milioni di abbonati. Il cavo ha iniziato la propria espansione più tardi, circa cinque anni fa, ma è stato in grado di beneficiare da subito dell’impiego di fibra ottica. La maggior parte degli utenti del cavo si è già convertita alla Tv digitale e numerosi abbonati dispongono di un servizio che unisce alla televisione la telefonia e l’accesso a Internet. Le cifre parlano di circa due milioni di abbonati su otto milioni di case che sono attualmente raggiunte dal cavo. In ogni caso, ancora oggi la maggior parte dei telespettatori britannici si affida alla ricezione della televisione analogica attraverso antenne terrestri esterne.

Sia per il satellite che per il cavo, gli utenti devono pagare integralmente il costo del servizio in aggiunta al canone di abbonamento. Quando è stato lanciato il servizio terrestre Ondigital, anche questo offriva una ulteriore scelta in pay per view. Sfortunatamente moltissimi utenti hanno scelto i canali aggiuntivi offerti dal satellite e dal cavo anziché la selezioni più ridotta di Ondigital. Risultato: Ondigital è andato in bancarotta.

L’anno passato il servizio digitale terrestre è stato rilanciato come Freeview, in cui gli utenti dovevano pagare semplicemente il costo una tantum per l’acquisto di un set top box digitale, che non offre solo l’accesso ai cinque soliti canali già esistenti in analogico, ma ad altri 25 canali televisivi e radiofonici. I canali extra gratuiti sono, ovviamente, attraenti per molti telespettatori non digitali e le vendite hanno fatto registrare un vero e proprio boom. Una recente indagine indica che la maggior parte degli acquirenti di set top box digitali terrestri sono nuovi utenti convertiti al digitale; inoltre, il 74 percento sta nella fascia di età superiore ai 35 anni, mentre il 40 percento supera i 55 anni di età.

Ebbene, continuerà questo trend? Forse no. Essendo stato uno dei primi Paesi a offrire servizi Dtt, la Gran Bretagna ha scelto un modello di ricezione fissa che richiede un’antenna esterna ad elevato guadagno per molte località. Ciò ha consentito alle nuove trasmissioni Dtt di essere alloggiate nello spettro radioelettrico evitando interferenze con le reti analogiche esistenti. Le potenze dei trasmettitori per la Dtt sono infatti 100 volte inferiori rispetto alla potenza del picco di sincronismo utilizzata negli esistenti servizi analogici e, di conseguenza, offrono una copertura limitata. Esclusivamente per questa ragione, è stato necessario effettuare i cambiamenti prima del lancio della Freeview e i livelli di potenza dei trasmettitori sono stati incrementati, addirittura raddoppiati in molti siti di trasmissione.

Per incrementare ulteriormente la copertura, la modulazione digitale utilizzata in molti multiplex è stata cambiata da 64QAM a 16QAM, il che ha garantito un incremento reale nella potenza di trasmissione di 2,5 volte, ma ha comportato una riduzione del numero di programmi trasmissibili su un multiplex. Questi cambiamenti hanno enormemente migliorato la copertura, ma si è ben lungi dal garantire la ricezione a tutti gli apparecchi televisivi nelle case britanniche. Generalmente vi sono tre o quattro televisori in ogni appartamento e la maggior parte di questi dispone solo delle antenne incorporate, che possono essere difficilmente regolate per una ricezione decente. Anche se forniti di adattatore Dtt, è ben difficile che questi apparecchi televisivi possano essere ancora utilizzabili quando il servizio analogico verrà soppresso, a causa della debole potenza dei segnali Dtt. Questo rappresenta un serio problema ed è un ostacolo quasi insormontabile per qualunque governo che si debba affidare a elettori felici per la propria rielezione.

In Europa la spinta alla Tv digitale terrestre è stata molto più debole, e in molti Paesi il cavo e il satellite ancora la fanno da padroni. La Germania ha una delle piattaforme terrestri più piccole in tutto il continente, solo il 7 percento, in quanto circa l’80 percento dei telespettatori riceve la Tv via cavo e la rimanente percentuale via satellite. In Olanda la penetrazione del cavo è eccezionalmente elevata. Come in Gran Bretagna, anche in Germania i telespettatori pagano un canone, indipendentemente da come venga ricevuta la televisione e, dato che il cavo rappresenta il medium dominante, la maggior parte paga anche un’ulteriore somma per coprire i costi della rete cablata.

Il nuovo servizio Dvb-T, sia in Germania che in Olanda, si indirizza principalmente a quegli utenti che vivono in appartamenti e che non hanno la possibilità di installare antenne esterne. Il livello del segnale deve essere elevato, dato che lo scopo è quello di vendere set top box di tipo plug and play che necessitino di semplici antenne. Come in Gran Bretagna, anche in Germania è necessario solamente acquistare un semplice adattatore digitale e non sono richiesti abbonamenti di sorta.

Le prove a Berlino sono state un grande successo e l’introduzione della Dtt continua nelle grandi città già dall’inizio di questo 2004; in seguito verranno coperte anche le aree rurali. La chiusura dei servizi analogici in Germania è stata prevista per il 2006 e, grazie sia alla relativamente modesta quantità di telespettatori via etere, sia all’elevata potenza dei trasmettitori, è probabile che tale data verrà rispettata. Tutto ciò è in netto contrasto con quanto avverrà in Gran Bretagna, dove la ricezione digitale con televisori portatili nelle case non sarà in molti luoghi più possibile, quando il servizio analogico verrà spento, a meno che non intervenga qualcosa di drastico a migliorare i livelli dei segnali DTT.

In Olanda, il servizio è stato progettato anche per la ricezione portatile, ma l’offerta di Digitenne è un servizio a pagamento che per sopravvivere necessita di diventare sostanzialmente più interessante rispetto alle attuali reti via cavo.

Il fattore comune di successo in tutti questi lanci dei servizi televisivi digitali sembra essere legato all’offerta aggiuntiva di canali gratuiti, ricevibili senza ulteriore spesa da parte degli utenti. Per alcuni tutto ciò rappresenterà la prima vera alternativa al cavo e questa nuova libertà sarà un forte polo di attrazione. Comunque, dato che molti telespettatori europei per guardare la Tv devono comunque pagare un canone, anche tali servizi sono ancora lontani dall’essere realmente gratuiti. n

 

*Barry Tew è consulente tecnico alla TeuCo di Cambridge, UK, ed è da parecchi anni coinvolto nello sviluppo di reti analogiche e digitali.

 

 

 

Cinque scenari possibili per la DTT in Italia

 

Chiudiamo questo dossier raccogliendo le idee in merito alla Tv digitale terrestre, che è certamente in pool position rispetto alla radio digitale e sul cui fronte preferiamo non avventuraci in ipotesi "creative". Non diciamo che la radio digitale non abbia futuro. Solo ci sembra che le opzioni attuative realisticamente immaginabili oggi non siano così definite quanto quelle della Tv.

Passiamo quindi a sintetizzare quali possano essere le modalità di sviluppo della televisione digitale terrestre e lo facciamo individuando i quattro scenari che più direttamente attengono all’impresa televisiva, ma senza trascurare l’opzione che prevede un importante ruolo dell’amministrazione pubblica. Prima di approfondire però non perdiamo di vista il problema "di fondo": la tecnologia ci permetterà di godere di una trentina di canali digitali per ogni bacino, che potranno diventare anche oltre 50... ma le risorse per bacino non dovrebbero reggere con profitto più di una dozzina di canali. Cioè la riconsacrazione del duopolio, con Telecom Italia a giocarsela meglio in digitale di quanto non riesca a fare in analogico. Gira il business, ma in quanto a cambiare le cose...

 

Free Television subito

Questa è l’opzione di DTT votata alla diffusione in chiaro di programmi Tv, al pari di quanto accade in analogico: è la fase attuale del DVB-T in sperimentazione e, almeno per quanto successo in Inghilterra e Spagna, l’opzione più immediata che dia risultati apprezzabili di attenzione da parte del pubblico. Uno scenario del genere vede protagonisti i canali Tv generalisti che già ci sono (nazionale e qualche locale), ai quali potranno aggiungersi nuovi operatori, soprattutto con canali tematici. La "quadratura del cerchio" avviene grazie alla pubblicità (stimando il mercato di riferimento in circa 5 miliardi di euro all’anno) e permette di accedere al sistema senza eccessivi investimenti, soprattutto da parte di chi già opera nel comparto. Si può parlare di un costo di sviluppo nell’ordine dei 3/5 milioni di euro ed è l’opzione "di partenza" del sistema digitale terrestre (quella attualmente in essere per la sperimentazione). Questo scenario, realisticamente, dovrebbe determinare condizioni di tipo conservativo, con i rapporti di forza tra i player che restano sostanzialmente immutati, ma vengono trasferiti tout-court nel mondo della trasmissione digitale.

Anche dal punto di vista dell’utenza l’accesso è fattibile con un decoder basico, di tipo "zapper" (privo di funzioni interattive) utile solo al cambio canale. Tra acquisto e installazione siamo al di sotto dei 200 euro.

Ha il vantaggio di non "sconvolgere" l’utenza più pigra del mezzo Tv e quindi di poter essere rapidamente accettata da ampie fasce di utenza (oltretutto costando meno della ricezione satellitare), ma il mercato pubblicitario realisticamente non può decollare sin quando l’utenza stessa non superi il 10 o 15% del totale del pubblico Tv attuale. Ogni canale per "contare qualcosa" dovrebbe conquistare almeno mezzo punto di share. Inoltre è una scelta che rinuncia alle potenzialità veramente innovative del canale digitale.

 

Interagire con lo schermo

La Tv interattiva vedrà scendere in campo più o meno a partire dall’anno prossimo, accanto agli editori di pay-Tv e di Tv generalista, anche le imprese di Tlc e le grandi imprese. Non costa molto realizzarla (si può stimare fattibile dai 25 milioni di euro) e vive del consumo dei propri prodotti/servizi. Al momento c’è però chi ipotizza un modesto mercato di riferimento, almeno in partenza, attorno ai 100 milioni di euro. L’utenza potrebbe implementarla nel proprio set-top-box con una ventina di euro di spesa per l’attivazione. Ha dalla sua il fatto di costare a consumo e modularsi sulle esigenze dell’utente.

Integra l’audiovisivo con Internet e permette di fare T-commerce. Si prevede che funzionerà bene abbinata a sistemi di Personal Video Recording. Certo deve attendere l’affermazione della Tv free (avrà un altro rilancio al successivo avvio della Tv pay digitale terrestre) e comunque ha il "collo di bottiglia" del canale di ritorno via telefono con modem per finalizzare l’interazione. Costoso il sistema di gestione dell’interazione e della certificazione delle transazioni commerciali. Sarà una competizione modesta su scala terrestre, che piuttosto vedrà confrontarsi i nuovi operatori con gli omologhi satellitari (sempre che non siano gli stessi soggetti...).

 

Integrati e contenti

Siamo alla parola-chiave che ci tormenta da almeno un decennio: convergenza. Per questo scenario la data realistica di avvio dello sviluppo è tra un paio d’anni e consiste nell’integrazione tra televisione, Web e telefonia mobile. Qui la faranno da padrone soprattutto le compagnie telefoniche, anche perché per loro rappresenterà un’implementazione dei servizi a costi non indifferenti, ma per loro accettabili (un centinaio di milioni di euro).

Il modello di business sarà in una logica di integrazione ai contratti delle nuove frontiere delle Tlc (Adsl, Umts e Gprs) e sarà remunerata a consumo dall’utente, con un fee di ingresso sui 250 euro. Sarà la frontiera dell’ottimizzazione delle reti Tv terrestri, che si apriranno al grande business della comunicazione personale. La nuova frontiera del commercio elettronico e del meticciato tra servizi telefonici nella Tv e spettacolo on demand sui terminali mobili (telefonini e Wi-Fi). La resistenza all’ingresso sarà essenzialmente di tipo culturale: la difficoltà di capire e far capire le nuove opportunità. Per questo serviranno almeno due anni di avviamento. Certo è che, una volta decollato, diventerà "il" mercato per eccellenza, stimato in oltre 30 miliardi di euro all’anno.

 

Pagare per vedere

L’opzione di Tv a pagamento (pay) vede in pool position chi già la fa, via satellite o, in altre aree europee, via cavo, anche se realisticamente questa opzione potrà essere sviluppata a partire dalla fine del decennio. Richiede un forte investimento iniziale (anche più di 400 milioni di euro) e va essenzialmente a caccia di pubblico che sottoscriva l’abbonamento, il quale deve essere disposto ad attrezzarsi con ricevitori sui 500 euro all’anno tra noleggio e canone. Per svilupparsi necessiterà di un paio d’anni dall’avvio del sistema e imporrà una forte competizione tra i player, che si contenderanno un mercato da circa un miliardo di euro; certo è che ogni bouquet dovrà riuscire a conquistarsi almeno un paio di milioni di clienti per andare a break-even e dovrà mettere in preventivo almeno un costoso triennio prima di conquistare il pareggio. Si produrrà un incremento dei canali specializzati ad alto valore (quali lo sport) ad un costo per servizio mediamente inferiore a quello attuale via satellite, ma probabilmente si faticherà a trovare contenuti editoriali effettivamente adeguati per supportare la domanda di costruzione di svariati bouquet interessanti per l’utenza.

 

L’opzione pubblica

In questi scenari, un ruolo tutt’altro che marginale sarà rappresentato dalla pubblica amministrazione. A partire dal prossimo anno infatti dovrebbe essere possibile utilizzare l’apparecchio Tv, grazie al DVB-T, come terminale di informazioni e servizi (certificati e informazioni in genere) anche per il pubblico non avvezzo all’uso del computer. I servizi potranno essere organizzati a costi tra i 5 e i 10 milioni di euro ciascuno e richiederanno un paio d’anni per andare a regime. In questa ottica sono interessanti le opportunità per i provider locali, che potranno stringere alleanze con le amministrazioni del proprio territorio. Interessante il fatto che gli enti pubblici potranno sostenere, anche economicamente, lo sviluppo del servizio, anche con fondi di sostegno e offrendo le informazioni distribuite via DVB-T o gratuitamente o a costo "politico", a consumo. Come rischi abbiamo l’inerzia della pubblica amministrazione nel capire, e quindi sostenere, tali opportunità.