REPORT FIERE

 

Report SAT Expo 2003

 

La fiera del Sat è tornata con i piedi per terra

 

Una fiera senza fronzoli, concentrata sulle novità digitali che si prospettano imminenti per il mondo della distribuzione digitale dell’audivisivo. Un evento-laboratorio che ha visto”tornare al suolo” gran parte delle proposte (dopo l’esclusiva satellitare delle passate edizioni) per dare adeguato spazio al business trainante della Tv digitale terrestre

 

Il presidente di SAT Expo, Paolo Dalla Chiara, commentando l’andamento dell’evento ha affermato che “le cose sono andate molto bene. Per una vetrina di nuove tecnologie è essenziale rendere le proposte molto comprensibili, con personale preparato, in un ambiente concentrato. Per fare questo a Vicenza abbiamo da sempre abolito i fronzoli, e quest’anno abbiamo mirato ancor meglio sia il target che i prodotti, con proposte chiare e non dispersive e un’attività convegnistica di alto profilo in contemporanea in cinque sale. Quando ci si rivolge ai professionisti - prosegue Dalla Chiara - si può contare sulla presenza di un pubblico che partecipa perché sa già ciò che trova. È il momento delle fiere-laboratorio. All’interno di uno dei nostri padiglioni, grazie alla collaborazione del Centro Ricerche e Innovazione Tecnlogica della Rai di Torino, abbiamo creato per esempio una sorta di microclima con le trasmissioni Tv in digitale terrestre. Grazie a questo fatto i produttori dell’hardware hanno potuto accendere e mettere a confronto i nuovi decoder. Questa - conclude Dalla Chiara - e le altre novità tecnologiche, come la presentazione del satellite e-BIRD di Eutelsat per la banda larga e i terminali bidirezionali di Skylogic, consentono di contare in una svolta positiva anche del ciclo economico del settore, cosa che del resto si è sempre verificata in occasione di ogni progresso significativo della tecnologia”.

 

DVB-T in grande spolvero

Interessante, anche se in verità non affollatissimo, il convegno di una giornata dedicato alla transizione italiana della Tv digitale terrestre. “La legge che disciplina le comunicazioni sta per raggiungere il traguardo - ha detto Guido Salerno, direttore generale della fondazione Ugo Bordoni-, ma una meta preziosa da raggiungere entro tempi rapidissimi è il pieno coinvolgimento di artigiani e industriali nelle novità in atto nel digitale terrestre, il DTT”. Il DTT rappresenta una rivoluzione: come la convergenza che ha unito telefono e radio e ha dato luogo a quel fenomeno che si chiama telefonia mobile, così il vecchio modello di Tv che si sostiene con la pubblicità e il canone sta cambiando e si avvia ad essere uno strumento realmente interattivo che, attraverso per esempio micro-pagamenti con gli sms, offre  una varietà di usi quasi inimmaginabile. “Ottanta Tv private sono fin da subito disposte alla sperimentazione - ha concluso Salerno - e l’ipotesi di business viene intanto valutata vicina ai 4 miliardi di euro in 4 anni”.

Insomma una rivoluzione in tempi rapidissimi poiché la legge prevede che il servizio pubblico ha l’obbligo di copertura del 50% del territorio nazionale già alla fine dell’anno.

Come accelerare ulteriormente? “Seguendo l’esempio inglese – ha spiegato Giancarlo Innocenzi, sottosegretario alle Comunicazioni –, ma non quello fallimentare di fare del DTT una pay Tv, piuttosto quello della creazione di una Authority che coinvolga tutti i players del sistema effettivamente interessati alla diffusione del sistema, ovvero un organismo misto pubblico e privato. Così facendo oggi in Inghilterra ci sono già 1.600.000 utenti raggiunti dalla nuova tecnologia in modalità free”. Nella sua doppia veste di nuovo direttore di Raisat e di capo progetto del DTT della Rai, Carlo Sartori ha ipotizzato i contenuti del servizio pubblico da inserire nel bouquet digitale terrestre: “Oltre a Raiuno, Raidue e Raitre, potrebbero trovar posto canali già presenti via satellite che meritano maggiore visibilità, come Rai Educational e Rai Sport Sat, ma anche nuovi canali come quello del meteo e del traffico da collegare alla protezione civile nel caso di emergenze nazionali e poi ancora il canale delle Regioni (come forma di espressione del territorio) e quello, ancor più locale, legato alle comunità cittadine”.

A qualcuno è sembrato un paradosso parlare di digitale terrestre in una manifestazione chiamata SATExpo, che ha fatto del digitale via sat la propria ragion d’essere, tuttavia persino Giuliano Berretta, CEO di Eutelsat, ha dato il benvenuto alla novità: “Dispiace piuttosto il fatto che la diffusione della Tv satellitare non sia stata a suo tempo sostenuta da analoghi sforzi del governo. Comunque non si può parlare di competizione tra sistemi: nessuno vincerà la competizione, ma si assisterà piuttosto a una integrazione dei sistemi, sia via cavo sia wireless, a tutto vantaggio della domanda. E a proposito di integrazione, è già in avanzata fase di sviluppo il doppio ricevitore digitale satellite e terrestre”.

 

Rai in DVB-T con DMT

Nei padiglioni del SAT Expo durante la fiera sono state garantite anche le trasmissioni sperimentali dei canali Tv della Rai in modalità digitale terrestre.

La messa in onda è avvenuta dallo stand della Tv di Stato, dove il Centro Ricerche e Innovazione Tecnologica, che dipende dalla Divisione Nuove Tecnologie di viale Mazzini, ha predisposto in collaborazione con DMT un bouquet digitale di canali per trasmettere contemporaneamente i tre canali Rai, Canale 5, Italia 1 e Rai News 24 su una sola frequenza. “Siamo orgogliosi che la Rai abbia scelto la nostra fiera, riservata a un pubblico di attenti professionisti, e non altre manifestazioni - ha dichiarato Paolo Dalla Chiara - per collaudare il digitale terrestre. Questo ha permesso ad altri nostri espositori come Philips, Grundig, Fracarro ed Auriga, di mettere in funzione i nuovi decoder per il digitale terrestre davanti a un pubblico specializzato e fortemente motivato come gli operatori del settore e gli installatori. Il digitale terrestre, o DTT, è una grande innovazione, perché permette di trasmettere un gran numero di canali anziché uno solo utilizzando una sola frequenza Tv, un bene estrememante prezioso”.

 

Tv di qualità in cerca di audience

Da mettere in evidenza l’incontro dedicato a un progetto nuovo e particolarmente ambizioso. Ricavato da un panel estremamente esauriente (10mila persone coinvolte nell’inchiesta), il target allargato di una ipotetica Tv di qualità è stato indicato in 5 milioni di potenziali spettatori, con un focus target di circa 2 milioni di soggetti. Lo ha affermato Domenico Joppolo, Ad di Iniziative Media, nel corso di una interessante presentazione al convegno “Tele –Visioni: la Tv di qualità”. Questo target rappresenta il 10,4% della popolazione adulta italiana (sopra i 14 anni), porzione ambitissima dai pubblicitari, per cui la stima mark-up degli investimenti fa praticamente raddoppiare la percentuale, mentre il peso complessivo in termini pubblicitari del target si attesta sul 12%. Un po’ di numeri in grado di far da base per un qualsiasi progetto di Tv qualità. Tra i costi annui di un palinsesto per un canale tematico in Italia, troviamo: 20-30 milioni di euro per un canale all news (in vetta alla classifica), 6-8 milioni per una semplice ripresa di programmazioni recenti, 2-4 milioni per un canale di film classici, fino a scendere a 1-3 milioni per turismo e cucina. I costi orari medi per tipo di programma invece registrano: 500-700mila euro per la fiction in prima serata a pari merito con il calcio; un varietà prime-time non vale meno di 4-600 mila, come un buon film del resto, mentre il telegiornale si accontenta di 40-60mila euro; per non parlare di un talk-show che non supera un trascurabile 20-50mila euro di chiacchierata oraria. Ma chi guarderebbe una Tv di qualità? Inutile andare in giro a chiederlo, tutti risponderebbero: io, naturalmente. Occorre arrivarci per vie traverse, ad esempio sondando gusti e preferenze di vita. Le persone che sono realmente interessate al consumo consapevole e allo sviluppo sostenibile formano appunto quel 12% del target complessivo, ma solo la metà (circa 1,1 milioni di soggetti) si possono stimare fortemente attratti. Sono soggetti che dimostrano attenzione nei consumi alimentari (il biologico, per esempio), hanno cura di sé (cure naturali) e si orientano, sia negli acquisti che nelle attese, con molto senso di responsabilità sociale. In prevalenza sono donne colte e benestanti che vivono al nord, leggono libri e vanno al cinema viaggiano, sono animate da fede o ideali e si occupano di volontariato (questo è il prototipo dello spettatore “di qualità”). Una persona che si orienta verso il consumo consapevole e lo sviluppo sostenibile, come ha detto il sociologo. Seguendo il percorso indicato da Joppolo, la raccolta pubblicitaria potenziale sul target allargato ammonterebbe a circa 18 milioni di euro (vale a dire il 2% degli investimenti totali, stimati 848 milioni di euro). Stringendo, ciò significa che verosimilmente una raccolta pubblicitaria non supererebbe i due milioni di euro. Somma quasi ridicola se confrontata con il costo delle varie produzioni. “Cos’è dunque la qualità?” si è chiesto retoricamente Marco Gambaro, docente di economia della comunicazione all’università di Milano e chairman dell’incontro. Definire la qualità in Tv è faccenda tanto complessa da non possedere nemmeno un valido di supporto statistico da cui partire. Tutti dichiarano di volere la qualità, pochi la guardano. Con questi presupposti, alla domanda che si è posto Gambaro ha dato una risposta Luca Mortara, founding partner di Innosense. Mortara è partito nella sua disamina da forti dubbi: “La nuova coscienza di responsabilità sociale dell’impresa sta vivendo una diffusione e una attenzione crescenti, ma forse non ancora sufficienti a sostenere un progetto di un nuovo tipo di Tv. La Tv intelligente, appunto. Eppure molte aziende sentono il bisogno di essere “sdoganate” dal punto di vista sociale e a queste ci si può rivolgere proponendo una pianificazione alternativa e fortemente mirata. Ma realisticamente questa nicchia di mercato non può che rendere circa due milioni di euro all’anno in pubblicità ad una piattaforma Tv che offra un bouquet di canali “intelligenti”. Allora la risposta è stata quella di pensare a una piattaforma multimodale (satellite, UMTS e VOD) che abbiamo pensato di chiamare Posi-Tv e che si avvalga di un modello di business di tipo consortile, che venda a consumo i suoi prodotti”. L’interessante progetto di Innosense è fondato sull’uso di tecnologie digitali di produzione, post-produzione e play-out, anche offrendo ai produttori di contenuti interessati ad aderire all’iniziativa una “light box” pensata in partnership con Sony che risolva l’aspetto produzione e distribuzione con 250mila euro, chiavi in mano. La clientela potrebbe accedere usando meccanismi di micropagamenti e la gestione sarebbe supportata da un fondo di private equity specializzato nell’innovazione. Tutto questo al fine di verificare con una proposta “sensata” l’effettiva domanda di Tv di qualità e se questa domanda sia disposta a pagare per il servizio a fronte di un’offerta economicamente sostenibile. Il target pagante è stato stimato in circa 300mila utenti, disposti a spendere ciascuno sui 200 euro all’anno in media.

 

Radio digitale sold out

Il convegno che forse ha registrato il record di presenze (certo quello della sala più affollata) è stato quello organizzato da Aeranti-Corallo. Marco Rossignoli, il coordinatore della federazione che rappresenta un migliaio tra radio e Tv locali italiane, ha riassunto lo stato dell’arte della situazione del DAB in Italia, tracciando i punti salienti e dando la linea politica dell’associazione. In estrema sintesi le cose stanno così. Il DAB sino ad oggi in Italia ha sostanzialmente languito tra l’indifferenza di editori, pubblico e industria. Non che in Europa in verità stia facendo faville, ma in alcuni Paesi (Inghilterra e Paesi nordici in testa) è un mercato che sta cercando di costruire una sua dimensione imprenditoriale. Altrove, Italia compresa, è del tutto al palo. Adesso un fatto nuovo ha rimescolato le carte: il consorzio Euro Dab Italia ha chiesto e ottenuto un’autorizzazione a sperimentare in banda III. La legge prevede che la sperimentazione sia possibile in banda III sul canale 12 e in banda L, ma una “corrente di pensiero” sostiene che le radio nazionali potrebbero stare nella prima e le locali nella seconda… Ora, il fatto è che la banda L è più costosa da attrezzare e da gestire, oltre che meno performante della prima. Inutile dire che la principale associazione di radio locali sia ideologicamente contraria alla nascita di questa sorta di “ghetto” dell’etere dove relegare le locali, che dovrebbero paradossalmente accollarsi più oneri per auspicare a ben miseri onori. Sempre che mai il sistema dovesse effettivamente partire. Inoltre, anche si optasse per la sola Banda III come terreno di gioco, allora si avrebbero problemi di spazio: quest’ultima infatti non è che parzialmente utilizzabile. Insomma sarebbe impensabile prevedere una transizione da un sistema radiofonico che si è conquistato di fatto in oltre vent’anni una sostanziale equità di opportunità (la banda Fm analogica attualmente impiegata) per evolvere verso una dimensione (quella DAB, nelle reali condizioni di esercizio in Italia) inadeguata e foriera di sperequazioni. Rossignoli però non dice di ignorare l’opportunità di presentare una domanda di sperimentazione DAB: “Auspichiamo che non meno di un centinaio delle nostre emittenti presentino domanda per essere autorizzate alla sperimentazione in Banda III e specificamente sul blocco D9 del canale 12 (quello realmente praticabile e utile) – ha esortato Rossignoli –: solo così la problematica assumerebbe proporzioni tali da dover essere affrontata in modo organico dal Ministero”. Organico e, aggiungiamo noi, senza ambiguità di sorta e rischio di discriminazioni tra soggetti richiedenti. Infatti sarà un caso, ma l’autorizzazione all’Euro Dab Italia sembra sia stata rilasciata senza il pur necessario (lo prevede esplicitamente la legge) parere dell’Authority per le Comunicazioni… Un fatto questo che da solo potrebbe spiegare i “nervi scoperti” sulla questione da parte delle locali. Una strada integrativa ci sarebbe: riqualificare per il DAB la destinazione d’uso del canale 13 della Banda III, oggi assegnato al ministero della Difesa e praticamente non utilizzato. Allora si aprirebbero molti e validi spazi per accogliere i numerosi editori radiofonici interessati al DAB. Una questione complessa, una partita tutta da giocare che Aeranti-Corallo chiede sia però giocata a carte scoperte e senza “vie preferenziali” per nessuno.