DOSSIER
Radio e Tv sul satellite
La Tv satellitare in Italia: ieri, oggi e domani... chissà?
Il primo a intuire la possibilità di trasmettere segnali
audiovisivi attraverso un satellite è stato, quasi sessant'anni fa, lo
scienziato Clarke. Da allora i progressi del settore sono stati
notevoli: dal primo programma in mondo visione datato 1967 alle
"padelle" che fanno bella mostrà di sé sui balconi dei
nostri palazzi. Oggi il mondo Sat deve però fare i conti con una crisi
di mercato, che coinvolge anche i club di calcio, e con lo
"spettro" del digitale terrestre, che aprirebbe nuovi fronti
commerciali in grado di ridurre l'appeal della pay Tv. Facciamo il punto
della situazione e un essenziale ripasso storico.
di Francesco Straticò
Qualche anno fa erano davvero in pochi quelli che avevavo la
"parabola": solo su qualche caseggiato campeggiavano strane
"padelle" traforate, molto più grandi di quelle che siamo
abituati a vedere oggi. I segnali erano analogici, spesso scadenti, e
per lo più si ricevevano gli stessi programmi disponibili anche via
terra, a vantaggio di chi non riusciva a ricevere i ripetitori
terrestri. Il parco dei ricevitori analogici è cresciuto subito nel
Nord Europa, che non conosceva il fenomeno delle Tv locali e quindi era
"affamato" di offerta televisiva, realtà che quindi ha
favorito subito la nascita di un mercato televisivo via satellite. Al
contrario, in Italia il numero dei ricevitori analogici era decisamente
trascurabile e questo favorirà enormemente in seguito la diffusione dei
decoder cosiddetti "digitali", che in pochi anni si
moltiplicheranno in maniera esplosiva, soprattutto dopo che le due pay
Tv italiane, per accaparrarsi nuovi abbonati, decideranno di offrirli in
comodato agli utenti.
Rispetto all'analogico, il sistema digitale oggi utilizzato offre ai
telespettatori, ma anche ai broadcaster, indubbi vantaggi: un notevole
incremento dei canali ospitabili su quella che in precedenza era una
singola portante analogica; nuovi servizi, come guide ai programmi,
canali interattivi, trasferimento di dati su Pc, Home Banking,
Teleshopping; una diminuzione dei costi di gestione, divisibili tra più
emittenti. In Europa è stato adottato il sistema di codifica digitale
delle immagini televisive sviluppato dal DVB Project (Digital Video
Broadcasting), basato sullo standard di trasmissione MPEG-2, utilizzato
tra l'altro anche nei Pc e nei DVD, che permette la trasmissione
simultanea di più segnali video, audio e dati attraverso una tecnica di
compressione che prevede che non sia necessario ripetere in ciascun
fotogramma tutte le informazioni utili alla ricostruzione completa
dell'immagine, ma basta riportare solo i cambiamenti tra il fotogramma
precedente e quello successivo, riducendo quindi in modo sensibile la
larghezza di banda utilizzata. Grazie all'MPEG-2 si è registrato un
notevole aumento della capacità di sfruttamento della banda satellitare
e si possono "multiplexare" sullo stesso transponder
satellitare, che prima conteneva un solo canale analogico, anche una
decina tra canali Tv e radio. La crescita dell'utenza è stata molto
veloce: alcuni studi pubblicati nel 2002 dal Cisat (Comitato Italiano
per lo sviluppo della Tv via Satellite) confermano che ormai sarebbero
più di 5 milioni le parabole installate, con una sostanziale
uniformità tra Nord, Centro e Sud (ricerche Svimez, Associazione per lo
Sviluppo dell'Industria nel Mezzogiorno) e con una predominanza della
diffusione nei piccoli e medi centri: ciò vuol dire che in quelle
località dove l'offerta della Tv terrestre tradizionale è minore,
perché magari non è "economicamente" valido per tutte le
emittenti terrestri coprire quella zona, gli utenti si sono maggiormente
lasciati affascinare dall'offerta della Tv via satellite e dai molti
canali tematici disponibili, visti come una sorta di
"liberazione" dalla schiavitù di certe scelte obbligate in
tema di programmi televisivi.
Ma quando si è cominciato a pensare al satellite come possibile mezzo
di comunicazione?
La storia
Il primo a partorire quella che all'epoca sembrò un'idea per lo meno
stravagante fu lo scienziato Arthur C. Clarke, che nel 1945 pubblicò
sulla rivista "Wireless World" un suo studio in cui faceva
notare che un oggetto posto in un'orbita ad una distanza di circa 36.000
Km dalla superficie terrestre poteva seguire, con il suo moto, la
rotazione del nostro pianeta, apparendo ad un osservatore terrestre come
se fosse fisso. Nasce così l'idea del "ripetitore"
radiotelevisivo spaziale, in grado di ricevere e ridiffondere immagini e
suoni su vaste aree del pianeta. L'orbita citata sarà poi chiamata
"geostazionaria", ovvero immobile rispetto alla terra, o anche
"fascia di Clarke", in onore del suo "inventore". Il
4 ottobre del 1957 fu possibile udire, per la prima volta, un segnale
radio dallo spazio: proveniva dal satellite sovietico Sputnik 1. La
risposta americana al successo dei russi fu il satellite Explorer,
lanciato il 1° febbraio 1958. Il primo vero satellite geostazionario fu
però il Syncom, lanciato il 19 agosto 1964 ed interamente dedicato alle
telecomunicazioni: la trasmissione in diretta dei giochi olimpici di
Tokio fu il suo primo utilizzo. Sempre nel 1964 nacque Comsat (oggi
Intelsat) che nel 1965 lanciò in orbita il primo satellite
internazionale dedicato alle telecomunicazioni: Early Bird (Intelsat 1).
Nel 1975 il tecnico della BBC Steve Birkill costruì personalmente una
parabola, un convertitore e un ricevitore per captare il segnale del
satellite americano ATS 6: fu così il primo "privato" a
ricevere direttamente a casa sua programmi televisivi via satellite.
Nel 1977 nasce il consorzio europeo Eutelsat, che realizza i primi
satelliti europei ricevibili con parabole di piccole dimensioni:
Eutelsat 1F1 e 1F2, lanciati nel 1983 e nel 1984.
Con l'inizio delle trasmissioni da satellite e con il conseguente
problema di occupazione delle frequenze e degli "slot"
orbitali, nasce l'International Telecommunication Union, il cui scopo
primario è quello di vigilare sulle varie frequenze satellitari.
Nella nostra penisola si è iniziato a parlare di satelliti già nel
1961, anno in cui viene costituita Telespazio Spa, che nel 1965 entra a
far parte del Consorzio Internazionale per le Telecomunicazioni Spaziali
(Intelsat).
Il primo satellite italiano ad essere lanciato nello spazio è stato
l'Olympus, costruito dalla Selenia a Roma su commissione dell'Agenzia
Spaziale Europea (ESA). Lanciato nel 1989, l'Olympus operava a 19°
Ovest dove, per la prima volta, comparve il marchio Rai Sat su un canale
sperimentale che proponeva repliche dei programmi diffusi via terra.
L'Olympus ebbe parecchi problemi tecnici dovuti ai sistemi di
comunicazione con la stazione di terra e sfuggì per ben due volte ai
controlli telemetrici: la prima volta venne recuperato nel giro di pochi
giorni grazie agli sforzi congiunti di NASA, ESA, Telespazio e Cern, ma
al secondo guasto il satellite sfuggì per sempre al controllo dei
tecnici.
Una pagina fondamentale della storia dei satelliti DHT (Direct to Home)
è stata scritta nel 1989, quando fu lanciato dal consorzio
lussemburghese Astra il satellite Astra 1A, il primo satellite europeo
interamente dedicato alla ricezione diretta, che ha aperto ufficialmente
l'era delle trasmissioni satellitari domestiche e ha fatto fiorire
parabole sui tetti delle case di tutta Europa. Sia questo satellite che
i successivi Astra, posti inizialmente solo a 19,2° Est, si sono
rivolti principalmente ai mercati inglese, tedesco e nord-europeo. I
canali italiani si stabilirono invece nella posizione orbitale a 13°
Est, che ha iniziato a diventare appetibile nel 1994, quando il
satellite Hotbird 1 ha raggiunto l'Eutelsat 2F1 decretando l'inizio
dello sviluppo del secondo grande polo satellitare europeo.
Nell'autunno del '95 è stata presentata la prima piattaforma digitale
italiana: DSTV, di proprietà Fininvest, Nethold e Kirk Group.
Questa nel gennaio del 1996 ha iniziato a trasmettere, prima in Europa,
un "bouquet" digitale codificato utilizzando la tecnologia
della "smart card", già adottata dai canali analogici
criptati: in pratica si tratta di una "tessera" dotata di un
microprocessore capace di "rispondere" ad un codice, inviato
nel segnale criptato, con una certa "chiave" che autorizza la
decodifica del segnale.
DSTV divenne Telepiù, passando sotto il controllo della francese
Canal+; Stream, viste le difficoltà nel settore della Tv via cavo,
business tentato inizialmente grazie al progetto "Socrate" con
il quale Telecom Italia in quel periodo aveva cablato in fibra ottica
buona parte dell'Italia, decise di buttarsi nella Tv satellitare, nella
quale entrerà pienamente solo alla fine del 1998. Una curiosità:
nell'offerta via cavo di Stream erano inclusi anche i tre canali di
cinema di Telepiù!
La Rai intanto, che aveva già inaugurato tre canali via satellite, nel
luglio del 1999 è entrata in Telepiù con sei canali tematici;
Mediaset, che in principio era in Telepiù e alla quale fornisce ancora
oggi il canale Happy Channel, inizia a dialogare con Stream, il cui
capitale viene intanto parzialmente ceduto da Telecom Italia alla News
Corp. di Murdoch, al Gruppo Cecchi Gori ed alla SDS, società fondata da
diverse squadre di calcio, per poi stabilizzarsi nell'ultimo periodo sul
50% a testa tra Telecom e News Corp.
La lotta tra le due piattaforme concorrenti è stata da subito molto
aspra e senza esclusione di colpi: basti ricordare la denuncie di Stream
all'antitrust per le "esclusive" di Telepiù o gli
aggiornamenti software da parte di Telepiù per inibire l'accesso alla
pay per view di Stream; o anche il secco "NO" da parte di
Stream alla richiesta di accordo per le partite di calcio di Roma e
Lazio.
Ed è stato proprio a causa del calcio che si è posto il problema del
famigerato "decoder unico".
Decoder unico... ma non troppo
All'inizio era Irdeto: un sistema di codifica delle trasmissioni
televisive nato in Olanda e giudicato ottimo da tutti, ma che si
dimostrò invece presto non proprio a prova di hacker. Cominciarono a
circolare le smart card pirata, vendute per poche decine di migliaia di
lire e capaci di riportare in chiaro le reti criptate, in barba agli
abbonamenti. Allora Telepiù cambiò codifica: venne adottato il sistema
Seca Mediaguard, ben più ostico (ma, come si scoprì in seguito, non
certo inviolabile...).
A questo punto per vedere le partite di calcio, visto che il campionato
è tuttora "diviso" tra le due piattaforme, sono però
necessari due decoder, perchè Stream e Telepiù hanno due sistemi
diversi di codifica. La legge si adegua a furor di popolo e impone la
ricerca di una soluzione.
Telepiù propone la sola condivisione del calcio; Stream osserva che
anche i non appassionati del pallone hanno il diritto di poter comunque
usufruire dei canali diversi delle due piattaforme con uno stesso
decoder. Dopo varie multe comminate ai due competitor per i ritardi,
finalmente si arriva ad un accordo, che stabilisce che si sarebbe data
la possibilità di ricevere i canali delle due piattaforme con un solo
decoder, utilizzando la tecnologia cosiddetta "simulcrypt":
sia Stream che Telepiù avrebbero trasmesso i propri programmi
codificandoli in NDS (il sistema proprietario di Stream) e
contemporaneamente anche in Seca (il sistema di Telepiù) e quindi
l'utente con un solo apparecchio avrebbe potuto ricevere i programmi di
entrambi i bouquet utilizzando una sola card e un solo decoder forniti
da un solo gestore. Risolta la questione dei canali criptati, resta
però ancora oggi esclusa la possibilità di ricevere i canali pay per
view e i canali cosiddetti interattivi, collegati all'utilizzo di
particolari software che non sono compatibili con l'hardware di entrambi
i tipi di decoder: chi ha il decoder Stream può utilizzare solo la pay
per view di Stream e solo i suoi canali interattivi; analogamente un
abbonato a Telepiù può usufruire dei servizi di pay per view e
interattivi della sua sola piattaforma. Ma c'è anche chi di abbonamento
non vuole neanche sentir parlare...
I "pirati" del Sat
L'Italia guida largamente la classifica europea dei paesi in cui si
sono diffuse maggiormente le card "truccate". Solo
recentemente, con l'introduzione del sistema NDS di Stream e del Seca 2
di Telepiù, sistemi che al momento sembrano non "piratati",
si è dato un freno al fenomeno.
Ha fatto discutere una sentenza del 2002 emanata a Crotone: detenere
schede pirata per decriptare programmi pay Tv non è stato giudicato
reato. Il Gip ha infatti assolto un imputato dall'accusa di detenzione
di smart card pirata per la ricezione di programmi satellitari e
(addirittura) dal possesso della strumentazione finalizzata
all'installazione dei codici piratati.
Per il giudice non esistevano gli estremi di truffa previsti dal codice
penale e visto che nessuna trasmissione televisiva può dirsi in
assoluto segreta (anche se criptata), ci sarebbe stato solo un illecito
di tipo amministrativo.
Per tranquillizzare gli operatori del settore, è stata da poco
approvata in via definitiva dalla Camera dei Deputati una legge che
chiarisce finalmente i termini della questione: chi produce, vende o
anche soltanto utilizza smart card o decoder "taroccati" è
punibile con il carcere e con multe salate: fino a tre anni di
reclusione e fino a 15mila euro di sanzione.
Forse adesso ci sarà dunque un forte deterrente contro l'illegalità e
un nuovo impulso per le fragili economie delle due piattaforme, che da
tempo cercano la via dell'unione...
La "fusione" Stream-Telepiù
Il mercato della pay Tv in Italia, nonostante gli analisti
parlino di forti potenzialità, non ha finora dato i frutti sperati: non
abbastanza abbonati, poca pubblicità.
Creare una piattaforma unica, come già avvenuto in Polonia e come si
sta cercando di fare in Spagna e forse si farà anche in Francia,
limiterebbe le forti perdite attuali del settore grazie a possibili
economie di scala e ad un rinnovato potere contrattuale per
l'acquisizione di film ed eventi sportivi, prodotti irrinunciabili per
l'appeal dell'offerta televisiva a pagamento ma anche molto costosi.
Due anni fa si diffuse la notizia di una dichiarazione dei vertici di
Canal+ riguardo una possibile ricerca di intesa con Stream: l'ipotesi
prevedeva la totale acquisizione di Stream da parte del magnate dei
media australiano Murdoch per una cifra, si diceva, di 500 milioni di
dollari, e una sua "cessione" completa a Telepiù in cambio di
una quota della nuova società creatasi.
In ragione delle forze in campo in termini di abbonati, la parte di
Rupert Murdoch avrebbe dovuto essere di un terzo, anche se con l'opzione
di poter arrivare negli anni seguenti fino al 50%.
Naturalmente sarebbe stato indispensabile il parere delle autorità
antitrust italiane e europee: la "nuova" Telepiù si sarebbe
trovata in posizione dominante sul mercato? La presenza contestuale di
Canal+ e New Corp. nell'azionariato della nuova società avrebbe reso
remota la possibilità dell'ingresso di un nuovo operatore sul mercato
italiano, che pertanto sarebbe risultato "blindato"?
Ma prima del parere definitivo, Canal+ si tirava indietro perché
intanto Vivendi, la multinazionale francese che la controlla, subiva
diversi tracolli economici in tutto il mondo. Murdoch decideva allora
che da preda era ora di diventare cacciatore e faceva la sua offerta:
mezzo miliardo di euro in contanti, euro più euro meno, e News Corp.
avrebbe rilevato Telepiù.
L'operazione è attualmente sottoposta al vaglio delle Autorità
Antitrust competenti.
Non sarà certo semplice un eventuale processo di unificazione dei due
bouquet, che passerà per scelte motivate da ricerche di economie di
scala, come la scelta della sede, delle codifiche utilizzate, dei
decoder distribuiti, dei sistemi di interattività e dei canali che
comporranno il nuovo bouquet: si parla da subito di varie
"chiusure" di canali da entrambi le parti; poi bisognerà
rinegoziare gli accordi con i canali "doppioni" attualmente
trasmessi in entrambi i bouquet, come Discovery, Eurosport, Cartoon
Network.
Si ripropongono vecchi e nuovi problemi: tempi dell'operazione non
prevedibili; non trascurabili tagli occupazionali; probabile aumento dei
prezzi degli abbonamenti imposti dalla nuova società; minore scelta da
parte degli utenti; colonizzazione televisiva "australiana",
con ripercussioni sull'industria culturale italiana; perdita di potere
contrattuale dei produttori indipendenti e delle società di calcio.
Il futuro
Cosa succederà nei prossimi anni? Ci sarà un decollo della Tv
digitale satellitare?
Difficile azzardare delle previsioni. Bisogna tener conto di almeno un
paio di variabili: la crescita molto veloce delle reti broadband, che
favorirà una diffusione anche dei segnali Tv via cavo (senza contare le
Web Tv anche loro in crescita) e l'annunciata partenza del digitale
terrestre, che utilizzerà proprio la tecnologia sperimentata in campo
satellitare per "rinnovare" la Tv terrestre, moltiplicandone
l'offerta (si parla di 140 nuovi canali...) e le potenzialità.
Questo a discapito dello sviluppo della Tv satellitare, che
probabilmente sarà frenata dal fatto che per usufruire dei programmi
digitali terrestri non servirà una nuova antenna ma solo il decoder.
Come se non bastasse si parla anche di rottamare i "vecchi"
televisori per favorire il passaggio alla nuova tecnologia, rendendo
possibile l'acquisto a prezzi di favore di apparecchi già predisposti a
ricevere direttamente in digitale.
Tutto dipenderà dalle scelte politiche e dalla "forza"
(soprattutto economica) dei soggetti che sceglieranno di giocare questa
partita.
Murdoch sembra intenzionato a non tirarsi indietro, e le sue ultime
"proposte" all'Antitrust ne sarebbero una conferma: la nuova
società non offrirà contemporaneamente servizi pay Tv e accesso
Internet
tramite banda larga; non discriminerà i concorrenti di Telecom nel caso
decidesse di concedere in sub-licenza uno o più canali ad operatori
Internet; estenderà ad altri grandi eventi sportivi gli impegni già
assunti per i diritti televisivi delle partite di calcio, come la durata
massima di due anni dei contratti, con possibilità da parte dei club di
recedere già dopo il primo anno. Il tutto a patto che il tycoon
australiano non venga distratto dal più ricco mercato americano, nel
quale proprio in questo periodo sta nuovamente tentando di entrare.