L'OPINIONE

I have a dream...

di Andrea Vitali

Responsabile Trip Fm,
l'area radio di Clip Audio,
unità audio di Trip
Multimedia Group

I have a dream, ho un sogno: essere svegliato domattina dalla radiosveglia e catapultato in una realtà radiofonica diversa da quella attuale. Sentire lo spot di una rivista senza il claim «..corri in edicola!» ( avete mai visto qualcuno correre in edicola?), fare zapping e non sentire più parlare di «...locale caldo e accogliente (magari d'estate!), ampio parcheggio, qualità e cortesia, in via dei Platani 46 bis, in fondo al viale alberato, di fronte alla chiesa, dopo il supermercato, dietro il rondò...» (manco fosse il «CIS viaggiare informati»). Il mondo si è evoluto, la comunicazione pubblicitaria nella radiofonia privata (checché se ne dica) un po' meno...
Sta, semmai, subendo da anni una progressiva involuzione. Sulle cause effettive è aperta la caccia, anche se il luogo del delitto è pieno di indizi. Gli anni 80 portarono voglia di qualità anche nei cluster pubblicitari, con progressivo abbandono dello «spot fai da te». I cluster pullulavano di belle idee e begli spot. C'era fermento nei 30. Si sentivano spot con canzoni orecchiabili (talvolta) ben arrangiate e cantate! Gli editori facevano pressione per elevare la qualità dei contenuti commerciali. Oggi, invece, software e hardware audio a basso costo consentono di attrezzarsi con minimi investimenti per dar vita a uno... «studio di registrazione». Tutti sappiamo che non è sufficiente un editor digitale per produrre buoni servizi pubblicitari, eppure ora questa tipologia di servizi «basic» è un vero mercato, a danno delle orecchie di chi deve ascoltare e del committente. Il venditore non spreca più parole a spiegare che «l'ampio parcheggio» non fa notizia. Lo studio di registrazione si trasforma da fornitore di servizi creativi a dattilografo di brief, spesso di basso profilo, purché il cliente paghi... Per non parlare dei diritti d'autore e di edizione delle musiche! Si pensava fossero finiti i tempi del titolo da Top Ten usato per sonorizzare lo spot del negozio della porta accanto, ma basta girare per l'Fm locale per accorgersi che non è così... Insomma, si sta invertendo la rotta rispetto a quei promettenti anni 80. Complici del fattaccio, sono spesso i committenti. Concessionarie di pubblicità che vendono spazi e non comunicazione («la cassetta la regaliamo noi»), nonostante il mercato chieda e meriti di più. Ma i cluster pubblicitari fanno parte di un palinsesto?
Se sì, perché non curarsi anche dei contenuti artistici di questi ultimi? Ormai anche gli editori minori dedicano attenzione al format musicale o al dosaggio degli interventi al tal minuto del clock ... e poi, arrivato il momento del cluster, via che si va col locale caldo e accogliente! Ancora: quanti venditori studiano o anche solo leggono le indagini d'ascolto e i profili socio-demografici della stazione che stanno vendendo? E gli aggiornamenti professionali? E il marketing?
Quante sono le pubblicità in onda con intento umoristico, ma che purtroppo non fanno ridere?! Nel 2001 ci sono ancora le gag di Cristoforo Colombo impersonato da un fantomatico genovese o spot con effetti di frenate e schianti di autovetture che se l'ascolti in auto metti anche a rischio la sicurezza stradale; si sentono buone sceneggiature deturpate da pessimi trattamenti audio, dall'assenza di dizione degli attori (dovrebbe essere un dogma). Troppo spesso bisogna fare i conti con una produzione «para-domestica»: chi non ha l'amico che fa siti Internet e l'amico con lo studio di registrazione in casa?. Poco importa se lo «studio» è attrezzato con un microfono da 200mila lire, un software comprato per 100 dollari sul Web (quando non piratato!) e un clone di un Pc. Niente creatività per la radio, niente uso di radio-producer o direttore del doppiaggio, niente esperienza capace di far «sentire gli spot». Ignorata l'esperienza di microfoni valvolari, settaggi di compressori, analisi audiometriche e sonorizzazioni emozionanti. E il risultato si commenta da solo: spot che non comunicano, perché non si sentono e non si capiscono. Per fortuna resistono anche realtà radiofoniche che analizzano e filtrano la qualità degli inserti commerciali: hanno vere «commissioni di censura» (viva questa censura!) che valutano qualità tecnica e artistica di quanto dovranno inserire nel palinsesto. Lo fanno perché quei 30» andranno in onda sulla loro emittente, parleranno al loro pubblico: lo stesso che tanto faticosamente hanno raccolto in anni di costruzione della propria credibilità. Queste poche radio «si sentono»: basta un giorno di zapping nell'Fm e gli darete un nome. Il problema è che sono troppo poche per dar vita a una filosofia in grado di far realizzare il sogno. Domattina partirà la radiosveglia... e temo che ancora mi toccherà sentire uno scoraggiante «corri in edicola!»...