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L'OPINIONE
Il DVB in Italia nel 2006, magari...
di Andrea Rivetta*
*Condirettore Broadcast&Production
Quella offerta dal DVB-T è certamente una gran bella opportunità per gli operatori del settore, ma certo è che in Italia, più che in altri Paesi Ue, la transizione dal dominio analogico è maggiormente incerta e caratterizzata da una serie di incognite, a partire da quelle sul fronte delle leggi e delle norme. Non dobbiamo dimenticare infatti che in Italia esiste una situazione figlia legittima della fase iniziale dello sviluppo della Tv privata, durata dalla fine degli anni 70 al 1992, in cui il sistema è stato privo di norme precise di assegnazione dei canali. Dunque oggi si devono ancora fare i conti con una situazione generale in cui la realtà dell'impresa radiotelevisiva occupa lo spazio nell'etere in virtù di una certificazione di fatto di quanto spontaneamente realizzatosi e non sulla base di un progetto preliminare e delle assegnazioni di canali. In tali circostanze, è evidente, ogni editore Tv rivendica il diritto a garantire la propria impresa, e questo è in conflitto con la necessità tecnica di aprire adeguati spazi su scala nazionale per avviare in modo efficace ed omogeneo la sperimentazione delle trasmissioni digitali. Da parte dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Authority indipendente) è venuto nel 2000 un ponderoso studio, chiamato Libro Bianco per lo sviluppo delle trasmissioni digitali in Italia, che ha il pregio di essere stato realizzato coinvolgendo attorno allo stesso tavolo anche i rappresentanti delle emittenti radiotelevisive, nazionali e locali, ai vari livelli. Questo ha permesso di sviluppare un progetto che avesse, il più possibile, dei concreti riferimenti alla realtà dei fatti e che non fosse un puro studio accademico e teorico. Da questo studio si evidenzia che il solo modo per avviare a breve la sperimentazione del DVB-T in Italia è quello chiamato «a macchia di leopardo». Cioè si dice che, anche se sarebbe previsto che fossero liberati specifici canali, uguali sull'intero territorio nazionale, in realtà è più pratico e più facilmente realizzabile iniziare le trasmissioni là dove già esiste una qualche disponibilità di canali liberi. Infatti l'esproprio di canali teoricamente previsti per il digitale, ma oggi occupati per trasmissioni analogiche da televisioni nazionali e locali (magari da vent'anni), genererebbe una serie di ricorsi in Tribunale e un contenzioso giudiziario che finirebbero col fare arenare sul nascere l'intero programma di digitalizzazione. In questa situazione è evidente che, di conseguenza, prevale il concetto dello sviluppo di reti MFN (Multi Frequency Network), piuttosto che di reti SFN (Single Frequency Network), ma questo in fondo non sarebbe certo un gran problema. Semmai c'è da chiedersi se l'Italia possa realmente rispettare i tempi dati dall'attuale Governo, che fissa al 2006 lo switch off dell'analogico, a vantaggio del DVB-T. Il dubbio è lecito anche riflettendo come in altri paesi Ue siano stati fissati termini scaglionati più avanti negli anni. Nonostante queste realtà stiano già sperimentando il digitale in modo intensivo, non hanno l'assoluta certezza di rispettare le loro stesse scadenze. Dal 1998 si sta trasmettendo DVB-T in Gran Bretagna, mentre dal 99 in Spagna e Germania e da quest'anno in Norvegia, Finlandia e Olanda. I danesi parlano di 2008 quale termine e il resto d'Europa del 2010... e da noi non esiste ancora neppure un programma di sperimentazione.
Uno studio di Juppiter Communications (www.jup.com) ipotizza genericamente per la DTV le seguenti penetrazioni nel 2003: 52% in Gran Bretagna, 41% in Danimarca, 40% in Germania, 35% in Svezia, 33% in Norvegia, 30% in Spagna, 29% in Francia, 28% in Finlandia, 26% in Olanda e, fanalino di coda, 13% in Italia. Ma attenzione: stiamo parlando genericamente di televisione digitale, quindi comprendendo anche il satellite e altre piattaforme! Se pensiamo che nel 1998 (fonte: European Audiovisual Observatory) l'Italia vanta di contro una penetrazione della Tv terrestre analogica pari al 94.6% (il massimo in Europa, anche rispetto all'81.4% della Spagna, al 79.8% della Francia o al 68.6% in UK), e che questa genera un mercato pubblicitario (solo per citare un aspetto) nell'ordine dei 6mila miliardi di lire all'anno, è evidente che tale transizione, pur a fronte della sicura messe di vantaggi che potrà garantire all'utenza e ai broadcasters, non può esse immune alle inevitabili resistenze che l'accompagnano, soprattutto rispetto all'obiettivo di rimpiazzo totale della Tv analogica. Né bisogna stupirsi se i principali operatori non sono entusiasti nel lanciarsi in tale avventura: infatti sono richiesti enormi investimenti (tecnologici, ma anche per il sacrificio delle presintonie da parte dell'utenza dei canali analogici che sarebbero da destinare al digitale). Tali sacrifici possono realisticamente realizzarsi solo nel momento in cui il quadro normativo darà precise certezze a simili sforzi imprenditoriali. Dunque si fissi il 2006 per il DVB-T, ma senza poi stupirsi se tale scadenza dovesse poi spostarsi, senza voler esagerare, un po' più in là... magari al 2012.
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