CONVEGNI IBTS ’99

PRODUZIONE BROADCAST

La realtà (virtuale) di un mondo in trasformazione

Pubblichiamo un secondo capitolo dedicato a Ibts ’99, per completare il resoconto dell’evento offrendo una sintesi degli incontri Mediatech, Smpte e di alcuni seminari: dalla digitalizzazione degli archivi, ai set virtuali, dalla radio digitale alla web tv.

Andrea Rivetta

Ibts 1999 ha investito molto quest’anno per garantire occasioni di incontro professionale a livello adeguato alla realtà in trasformazione che sta vivendo il mondo broadcast e della produzione audiovisiva in genere. Ben riuscite, come consuetudine, le conferenze Smpte e gli incontri, anche spettacolari, di Mediatech (organizzati come sempre da Maria Grazia Mattei). Da rilevare che quest’anno sono stati numerosi e spesso molto interessanti anche gli workshop organizzati dagli espositori stessi. Naturalmente per ragioni di spazio non potremo raccontarvi dettagliatamente i ben 15 convegni e 16 workshop tenutisi, ma riporteremo una selezione degli interventi più significativi ed originali cui abbiamo assistito.

Informatica in produzione

Caroline Layne della statunitense Informix, durante l’incontro Smpte "Il ruolo dell’informatica nella produzione audiovisiva" ha fatto interessanti riflessioni sulle nuove opportunità di gestione degli archivi, spiegando che "la digitalizzazione rappresenta uno strumento competitivo fondamentale per i media: l’informatizzazione ha potenziato enormemente il proprio ruolo, attraverso la sua rapida distribuibilità tramite Intranet ed Internet, ma anche attraverso l’aumento della capacità di archiviazione di masse di memoria e della velocità di ricerca dei dati richiesti. Un’efficace gestione dell’archivio digitale oggi impone che i dati siano da subito acquisiti in modo funzionale a questo tipo di archivio e, sempre in termini preliminari, serve prevedere la massima sicurezza del sistema di gestione e salvaguardia. Infine è necessaria la totale integrazione del sistema archivio nel sistema globale aziendale di comunicazione".

"In precedenza il processo produttivo nasceva analogico - ha proseguito Caroline Layne -, su carta, e poi veniva trasformato in elettronica nel mondo broadcast. Dopo ulteriori manipolazioni il prodotto finito veniva archiviato (ma dunque fortemente elaborato).L’archiviazione digitale parte dall’idea che da subito il prodotto mediale è gestibile dall’archivio: dal prodotto originario, a tutte le sue successive versioni elaborate. L’archivio deve alla fine rappresentare la memoria storica di tutte le fasi che hanno caratterizzato il processo di produzione, non solo dell’opera finita".

"Oltre ai contenuti - ha detto ancora Caroline Layne -, in questa nuova dimensione sarà strategica la distribuzione, la miniaturizzazione e portabilità della tecnologia, la virtualità delle sedi e la totale trasformazione del commercio in dimensione elettronica: sparirà gran parte della distribuzione e si instaurerà un rapporto diretto "produzione-vendita".. In questo processo globale spariranno definitivamente anche i dischi e i nastri. Inoltre i media dovranno tenere conto che il pubblico si intratterrà a vicenda, quindi dovrà favorire tale fenomeno e al contempo interfacciarsi completamente con la dimesione e-commerce. La convergenza sta davvero avendo luogo a livello produttivo, al punto che si parla di produzione trimediale come regola: contenuti buoni subito per tv, radio e web. Oggi convergono soggetti specializzati, ma presto si dovrà arrivare all’integrazione totale".

"Informix in questo scenario si propone con Media 360 - ha concluso Caroline Layne: una soluzione di gestione media end-to-end per clienti come Bbc, Cnn, Telecinco e Rai: quest’ultima ha affidato loro la progettazione delle reti nella loro globalità: dall’archivio alla produzione, sino all’interfaccia con le reti partner e le reti preesistenti (un fattore cruciale per la riuscita del progetto). Il fattore più interessante per i broadcaster sta nel fatto che un sistema informatico centrale è in grado di gestire la globalità del processo produttivo: in altri settori l’informatica serve a indicizzare e gestire informazioni relative a prodotti fisici. Qui invece l’intero patrimoinio aziedale è digitalizzabile. La newsroom di Cnn viene aggiornata live da 40 stazioni con catalogo indicizzato di tutte le news, rese disponibili in 2 secondi sul desktop di 300 giornalisti; e presto si aggiungeranno altri 300 utenti mentre si stanno trattando e catalogando 500.000 video settimanali. In questo senso si pensi che prima si gettavano 3.000 nastri al giorno. Su questo fronte è stato stimato un risparmio di 1 milione dollari ogni 3 mesi. Lo studio di produzione Weta Digital sta producendo in Nuova Zelanda 3 film (la trilogia del "Signore degli anelli") che saranno realizzati in un solo anno: tutte le riprese, i file di movimento delle telecamere, gli script e gli effetti sono nel sistema. Saranno prodotti 60 Terabytes di effetti digitali. In un simile constesto è chiaro che a brevissimo si rinuncerà anche al nastro finale. Telecinco per esempio in 7 dipartimenti ha come obiettivo l’eliminazione totale dei nastri a breve termine: il numero di anni necessari dipenderà solo da cause esterne, certo per la disponibilità di sistemi adeguati, ma soprattutto per l’upgrade del personale: prima ancora che di tecnologia, un limite all sviluppo è la creazione di un’abitudine di lavoro nuova. D’altronde l’asset fisico di un sistema analogico ha puri costi di persone e materiali per la gestione, oltre a quelli di materiali, stimati in media a 193 $/ora, in ambiente misto analogico-informatico siamo a 180$ ora, ma al 100% della informatizzazione si può scendere a circa 40$/ora e lì si ha il vero beneficio aziendale. C’è una mentalità da costruire, anche faticosamente, ma l’azienda ha tutta la convenienza a favorire la consapevole transizione (considerando che l’imposizione in genere non funziona)".

I set virtuali

Un altro incontro rilevante è stato quello dedicato ai virtual set, aperto dall’esperienza raccontata da Mario Conforti della svizzera Rtsi, il quale ha ammesso che nell’azienda pubblica elvetica "la mentalità è ancora fortemente ancorata al caro buon vecchio tangibile set fisico. Però s’è data l’occasione di sperimentare a fondo questa nuova opportunità in occasione della giornata "1000 giorni al duemila": tra le 9 del mattino e l’1.30 della notte successiva l’intero palinsesto è stato starvolto e dedicato a questo tema. Come filo conduttore s’è porto un "gioco-elemento di discussione": una "borsa" su sei idee-titoli su cui investire e che davano spunto al dibattito con ospiti in studio e pubblico da casa. Qui lo studio virtuale era in sé elemento di richiamo e strumento di integrazione dei vari contenuti, garantendo adeguato ritmo e permettendo di sperimentare un linguaggio tv per noi inedito. C’erano problemi dati dall’univocità dell’evento e dal fatto che era realizzato con partenr distribuiti e tempi stretti, che non permettevano adeguati collaudi e verifiche. Alla fine però il bilancio è stato positivo, grazie ai costi contenuti conseguenti la disponibilità dei partner tecnici, ed ha funzionato come modello per lo sviluppo dell’idea, anche grazie al positivo risultato finale con successo di pubblico e critica".

Passando dall’esperienza sperimentale ed occasionale, alla quotidiana e super-collaudata gestione pratica del problema "set virtuale", è stata davvero spettacolare e completa la presentazione effettuata dall’israeliana Orad. Nella presentazione è stato ben spiegato che set virtuale include una pluralità di sistemi che permettono di rendere personalizzata e scalabile la configurazione. Un set tradizionale ha costi molto elevati di produzione e gestione, mentre il virtual set usa piattaforme di computer diversi, da cui dipende l’effettivo rendimento finale. Ma basta strutturare per fasce le possibilità e ciascuno può avere risultati eccellenti per la propria fascia. La Orad in questo senso offre una soluzione "top level" che utilizza SGI Onix ed è adatta per network nazionali e produzioni di alto livello, ma propone pure un livello medio basato su SGI Onix RE e un livello economico basato su SGI O2, quest’ultimo per piccole stazioni o per produzioni minori. Per questo business stiamo parlando di un mercato che è rappresentato da migliaia di stazioni tv broadcast, cavo e satellite (di cui 1.700 in Usa e circa altrettante in Europa), oltre che da 10/15.000 studi di produzione. Poi vanno aggiunti circa 6/9.000 centri di produzione intra-aziendale, oltre ad un numero indefinito di centri di produzione didattiche universitari e non solo, per la produzione di lezioni vere e proprie diffuse poi in vari modi. Questi sono tutti potenziali utenti di un virtual set, che risolve in modo radicale le esigenze più diverse. La tecnologia che ha fatto maggiori progressi è stata certo quella di tracking, in base a varie tecnologie (infrarossi, ricognizione di modelli, ecc.) così da rendere istantaneo l’adeguamento al movimento delle persone

Ora stiamo entrando nella nuova generazione dei set virtuali ad alta definizione: schermi 16:9, set basati su Windows Nt, con metodi di tracking migliorati e del tutto indipendenti dallo zoom della camera. Si fa strada anche l’uso di videoprocessori DVP 200, rispetto agli attuali 100, liberando Onyx da funzioni quali quella di rendering. Altra interessante novità Orad è un virtual studio da esterni, utilizzabile quindi anche fuori dal "blue studio": è già stato utilizzato, per esempio, per interviste agli stadi. Uno dei principali limiti del virtual set per i broadcaster era nell’effettuazione dei primissimi piani: ora questo è stato efficacemente risolto grazie a camere ausiliarie. Il mix tra real set e virtual set è reso possibile dall’utilizzo di Onyx per la gestione della correlazione tra i due ambienti, così da ottenere l’inserimento in una situazione reale, analogica per così dire, di elementi virtuali: tipico il caso in cui si "ospita" in un talk show un personaggio di fantasia, anche posizionato in mezzo al pubblico reale e in grado di interagire col conduttore. La ricerca ha reso possibile l’elaborazione video in tempo reale, ma già si cerca di potenziare ulteriormente Onyx, così da potenziare il rendenring dello sfondo ed utilizzarlo per differenti task. Inoltre si stanno sostituendo i sistemi di tracking optomeccanici con metodi di rilevamento a microonde che permettono di tracciare il soggetto in tempo reale.

CONVEGNI IBTS ’99

TRASMISSIONE DIGITALE

La tecnologia c’è, ma tra il dire e il fare…

Dedichiamo la seconda parte di questo report dai convegni Ibts ’99 agli incontri che hanno trattato la questione della trasmissione digitale delle produzioni audio e video. Un tema scottante perché registra un’incongruenza tra le possibilità tecnologiche e i limiti politico-organizzativi del settore in Italia.

Riccardo Mainardi

La trasmissione digitale è pronta già domani, anzi… mai. Questo paradosso accompagna lo sviluppo della diffusione numerica dei segnali in Italia e di questo s’è anche parlato ad Ibts ’99. Sia di DVB-T per la tv che di DAB per la radio, in un incontro moderato da Guido Vannucchi del Politecnico di Milano.

In avvio di incontro, tutto in bilico tra radio e tv, ha fornito alcune cifre sulla radio digitale Giuseppe Latis, esperto tecnico del Club Dab Italia: "In Uk operano su oltre il 50% della popolazione 2 multiplex (uno Bbc e uno per i privati), in Francia 9 grandi città, tra cui naturalmente Parigi, sono perfettamente servite, in Germania operano 1 o 2 multiplex in ciascun Lander e in Baviera alla gara per assegnare 20 nuovi programmi da implementare su piattaforma Dab si sono presentati in 96 concorrenti. In Svezia la copertura è del 60%, anche se si dice che l’audience sia rappresentata da… alberi, poiché mancano i ricevitori. In Spagna lo scorso mese di giugno è stata approvata una legge che prevede 3 multiplex nazionali. L’Italia dal canto suo è nell’incertezza più totale. Dopo anni di sperimentazione e oggi due impianti accesi a Milano e Torino ancora mancano certezze per lo sviluppo organico. Il fatto è che un problema del Dab sta nei ricevitori che non ci sono e comunque costano ancora troppo; l’altro problema è nella mancanza di programmi sulle bande digitali. I produttori stanno pure lavorando: sono pronti circuiti integrati e in sostanza il prodotto. All’Ifa di Berlino tutti hanno presentato prodotti nuovi: schede da pc, portatili tipo walkman, ricevitori da hi-fi e naturalmente autoradio. La Bosch ha messo in produzione una scheda di 6 cm per 3: un circuitino ibrido che sta in un’autoradio e la implementa sul digitale. Adesso per dare l’ulteriore spinta all’investimento industriale mancano i volumi di vendita e questo è conseguenza della mancanza di programmi. E’ un problema che già si era presentato con il cd, quando mancavano i titoli a catalogo, ma qui abbiamo in più la problematica della gestione dello spettro frequenze: su questo fronte s’è fatto molto poco e probabilmente oggi è questo in Italia il problema centrale".

A queste dichiarazioni ha fatto seguito Stefano Ciccotti, direttore della Divisione Diffusione e Trasmissione Rai, che ha spiegato "qual’è la strategia della Rai, o meglio cosa la Rai intenda ragionevolmente fare. Nel 1996 venne discusso il rinnovo del contratto di servizio triennale: nel contratto 97/99 si introdusse il concetto di sviluppo di rete Dab e non più di sperimentazione. Si poneva come obiettivo l’uso del canale 12 (o H2) e 160 impianti installati per una copertura del 60% di popolazione e in previsione del ruolo di carrier per terzi, oltre che di sperimentazione di servizi di tipo multimediale. A luglio ‘99 ha presentato 98 richieste di autorizzazione al Ministero, ne ha ricevute 46, ha installato 26 apparati di marche diverse con risultati assai diversi (da ottimi a pessimi), di cui oggi ne sono attivi 15. Il servizio Dab Rai serve potenzialemente il 22% popolazione, il 10% territorio, il 9% delle strade e il 19% delle autostrade. Su tutto lo sviluppo del progetto in realtà ha gravato il problema frequenze: per attivare 15 impianti sono stati contattati 26 diversi broadcasters, che sono stati pagati per acquisire e spegnere le frequenze necessarie. Tutto questo è stato fatto con un investimento da 6 milioni di Euro, per dare vita ad un servizio che ad oggi è ricevuto da nessuno. Dunque investiamo e nessuno riceve. E tra le incongruenze della situazione è da rilevare il fatto che usiamo il canale 12 da subito, ma poi per la transizione digitale radio al Ministero e in parlamento si parla del 2008".

Ciccotti ha concluso il suo schietto resoconto anticipando che "per ora pensiamo che nel primo semestre del 2000 si possa arrivare a fare il 70% del servizio Dab nelle aree Nielsen uno e due: questa logica di sviluppo però non è certo una nostra scelta, ma consegue la pressione delle case di produzione degli apparati riceventi. Bisogna dire con chiarezza che in questo momento c’è un flop europeo del Dab e possiamo recuperarlo solo se si riesce a rifare partire l’intero sistema dei partner, superando la distinzione del ruolo: è fuori luogo pensare che operatori di radiofonia siano in grado di affrontare da soli gli ingenti investimenti necessari. Forse è meglio recuperare il ruolo di carrier centralizzato e dare così respiro agli investimenti e motivo vero per motivare la produzione e commercializzazione di apparati. Tenendo comunque conto che il Dab non può sostituire in tempo ragionevolela modulazione di frequenza: non è una soluzione immediata, come la fm non ha ancora del tutto rimpiazzato la ancora considerevole audience in om dell’ente pubblico".

Dando voce all’opinione delle principali associazioni di categoria, Fabrizio Berrini per il Coordinamento Aer-Anti-Corallo ha detto: "Non stiamo a discutere sulle possibilità tecnologiche, che sono acclarate. Per le locali abbiamo innanzitutto una problematica: la titolarità del mezzo. Meglio una politica di consorzi o un ruolo forte di carrier? Già questa è una domanda a cui ad ora è pressoché impossibile dare una risposta consapevole, anche perché persino nel ddl 1138 neanche è posta la pure cruciale problematica del rapporto tra concessioni, proprietà di impianti e ruolo dei produttori dei programmi. Sui programmi poi è ovvio che per ora ci sia un atteggiamento di non sperimentazione ma di proposta allargata del prodotto tradizionale. Infine va sollevato il problema delle risorse del pubblico: quale è il livello di disponibilità di spesa oggi in una famiglia per un apparato Dab. Probabilmente è all’ultimo posto, per mancanza di adeguata promozione e perché comunque la vita dell’fm è ancora relativamente lunga e già soddisfa i consumatori adeguatamente su molti fronti di interesse. Lo sviluppo tecnologico dovrà tenere conto in ogni caso di un ruolo paritario dei soggetti coinvolti tra locale e nazionale, oltre che tra pubblico e privato".

Critico anche Roberto Giovannini, presidente radio della Frt: "Manca una strategia complessiva del Ministero e un piano conseguente. In banda III non sono state trovate le frequenze necessarie e la banda L neppure è stata presa in considerazione. In realtà il problema va oltre i broadcaster, che dal punto di vista radiofonico sono oltretutto nella fase di raccolta dei frutti degli investimenti fatti in fm e quindi non sono certo motivati a investire nell’incerto Dab. I costi del digitale rendono l’accesso delle locali difficile, se non in consorzio e peraltro la tecnologia è inarrestabile, anche se concordo sul fatto che l’fm abbia comunque ancora 10 o 15 anni di vita. Quello che auspichiamo sono indicazioni chiare dal Ministero".

Di diverso avviso Fabio Duranti di Euro Club Dab: "In realtà credo che l’fm sia al tracollo e solo i grandi gruppi possono oggi appropriarsi dello spazio di trasmissione. Vedo nel Dab un veicolo di nuove opportunità per riequilibrare i ruoli e ridare spazio a soggetti che sono stati messi fuori gioco. Poi credo che l’impianto non sia affatto costoso: siamo sui 120 o 130 milioni a impianto, ma che si dividono per otto utenti e dunque le cifre si fanno plausibili. In realtà manca la risorsa radioelettrica: abbiamo presentato moltissime domande e avuto nessuna risposta. I canali ci sono: certo scavalcando il problema del canale 12, dove a Roma, per esempio, c’è Raiuno. Abbiamo fatto uno studio da cui risultano assegnabili per la sperimentazione degli intercanali. Noi siamo accesi da mesi sul 9D e nessuno ha avuto da dire".

Daniel Kraus, direttore dell’Anie, rispondendo a Vannucchi che chiedeva lumi sulla ragione della doppia data di passaggio al digitale (2006 per la tv e 2008 per il Dab) ha detto: "La percezione del tutto personale è che questo faccia parte di quella grandissima confusione che regna nell’implementazione del piano nazionale delle frequenze e un po' dalla non definizione dei ruoli che restano al Ministero e che invece vanno all’Authority. Finché non si scioglie il nodo, si cerca di posporre il problema, pensando senza consapevolezza e mettendo due date a casaccio. E’ uno degli aspetti più tragici, perché in assenza di ragioni vere non si può neppure confutare la decisione".

DVB-T a portata di mano, ma…

Venendo all’ambito televisivo, cioè al Dvb-T, è stato rilevato che al suo sviluppo ci sarebbe interesse da parte di Mediaset, per risolvere lo stallo di Rete4, e di Telepiù: ma anche questo progetto di sviluppo nei fatti è latente.

Ancora Stefano Ciccotti: "A differenza del Dab, qui parliamo di qualcosa che già c’è. La nostra divisione è pronta e in questo caso è anche già risolto il problema dei ricevitori, che sono un’evoluzione di quelli satellitari (e questi ultimi hanno oltretutto anche già creato un’abitudine nel pubblico): il set-top-box base dovrebbe costare sulle 400.000 lire. Le sperimentazioni già sono in corso (Uk e Svezia danno servizio). I tempi fanno prevedere la possibilità di essere a punto per il 2002, anno in cui dovrebbe arrivare a coprire il 60% della popolazione, e già sono pronti multiplex a sei canali. Guardando avanti possiamo ipotizzare una cessazione delle trasmissioni analogiche tra il 2008 e il 2015, mentre di concerto saranno definitivamente affermati anche i servizi pay per view. Da parte dell’Autorità è stata approvata con la L. 249/97 l’assegnazione al servizio Dvb-T dei canali 66 67 68 in banda VHF e del canale 9 (ricanalizzazione banda III), ma ad oggi in Vhf ci sono enormi problemi in conseguenza del fatto che in moltissimi casi tali bande sono già occupate. Una rete SFN è pronta dalla fine del 1999 in Valle d’Aosta, una minirete SFN è anche già operativa a Palermo e tre postazioni sono operative per i test di alta potenza. Quali ostacoli si presentano comunque al DVB-T? I costi su tutto, dato che l’obiettivo è di raggiungere l’80% della popolazione: si prevede che si debbano investire 300 - 400 miliardi di lire per ogni multiplex. Questo aspetto viene complicato dalla confusione del periodo di transizione che obbliga a doppi investimenti i broadcasters e confonde i consumatori che prima devono adattare gli impianti d’antenna analogica al nuovo piano frequenze e subito dopo devono cambiare tutto e acquisire il set-top-box per il digitale. Anche qui si pone il problema di come fare a convincere un utente a fare spese per avere subito in casa una tecnologia utile per vedere, in gran parte, gli stessi programmi che continua a vedere in analogico. Bisogna generare una leva che l’aiuti ad attrezzarsi: l’Autorità ha parlato di "imposizione" della nuova tecnologia. Imporla a 44 milioni di italiani non è cosa certo semplice".

Sergio Visentin, presidente della Dbta (Digital Broadcast Technology Association) ha considerato: "Per l’industria in questa situazione decidere investimenti è cosa davvero difficile. Oggi la tecnologia si muove a passi rapidi e l’obsolescenza dei progetti è onerosissima: il Dab s’è stoppato inspiegabilmente per oltre un anno e i danni sono stati enormi per l’industria. Per cercare di dare chiarezza abbiamo creato una tavola rotonda tra imprese, autorità e broadcasters, ma non è ancora bastato a dare vera chiarezza. Oltretutto essendo quelle italiane delle aziende medio-piccole si pone necessariamente l’obbligo di generare sinergie. Le aziende italiane nel mondo broadcast analogico detengono circa il 20-25% di quota del mercato mondiale: dalla nostra esperienza si rileva che solo due tra tutte hanno fatto investimenti nel digitale. Rischiamo quindi di diventare assemblatori di scatole, o per dirla meglio, "sytstem integrator", che poi è la stessa cosa. E l’Autorità è stata anche sorda alla nostra richiesta di incontro. Lo scenario è tutt’altro che incoraggiante".

Sul tema è stato molto interessante anche il punto di vista di Guido Colombo, del Gruppo Fracarro, che ha presentato interessanti dati e, in un certo senso, il punto di vista dei fruitori dei servizi televisivi: "Ci occupiamo di impianti centralizzati d’antenna e quindi affrontiamo il problema di tutti gli standard che si affacciano, dal punto di vista dell’utente. Noi dobbiamo cercare le risposte più semplici, meno onerose. In Italia esistono 24 milioni di abitazioni, 6 milioni di edifici hanno meno di 10 abitazioni e circa 10 milioni di edifici hanno tra 10 e 30 abitazioni, dunque la ricezione è fortemente parcellizzata. Le attuali forme di ricezione sono invasive in termini di sistema elettrico e murario: hanno costi di base e costi di utenza. L’idea del nostro Gruppo sarebbe quella di spostare il "front-end" del digitale, il decoder, nel sottotetto: sopra questo posizioniamo uno switch e scendiamo agli utenti con un canale VHF per ogni utente. Così a casa dell’utente si sceglie cosa vedere senza dover modificare la struttura ad ogni novità in termini di standard di diffusione. Il vantaggio è che si tratta di un sistema indipendente dalle decisioni condominiali, è indipendente dalle tecnologie ricevute e diminuisce molto l’impatto economico. Sotto il milione un utente può decidere in modo indipendente, per esempio, di mettersi la propria parabola".

E tornando a dar voce alle imprese radiotelevisive locali, Roberto Giovannini della Frt ha sottolineato

Il fatto che "Affrontiamo il passaggio al digitale senza avere ancora pianificato l’analogico: nessun paese al mondo peraltro ha l’obiettivo al 2006, se non gli Usa… che però hanno già speso 70 miliardi di dollari sul progetto e sono molto avanti. Gli altri europei, già avanti per tutti i versi, pensano al 2010. Quindi entriamo nell’ordine di idee che faremo ancora per molto tempo i conti con l’analogico. E che questo va regolamentato per creare le vere premesse al digitale, intervenendo sui siti e aprendo i canali per il digitale. In ultimo c’è il problema delle risorse e anche le locali dovranno sostenere costi elevati: negli Usa la Fcc ha dato le frequenze digitali gratis, dopo averle stimate 70 miliardi di dollari di valore, per incentivare gli operatori".

Fabrizio Berrini, del Coordinamento Aer-Anti-Corallo ha rincarato la dose: "Discutiamo dei processi tecnologici e delle loro possibilità e poi andiamo in crisi nel momento in cui le caliamo nella realtà italiana. Da due anni come Coordinamento andiamo dicendo che l’iter procedimentale previsto dal piano delle frequenze è praticamente inapplicabile. Chi poteva intervenire per correggere la rotta non ci ha ascoltato ed è andato avanti sulla traccia ormai obsoleta definita dalla L. 422 del ’93… e adesso verifichiamo che le cose stanno come avevamo detto: il piano è teoricamente valido, ma praticamente inapplicabile. Così come il fatto di teorizzare l’assegnazione dei canali per il digitale, facendo finta di non sapere che sono di fatto tutti già occupati da emittenti che non potranno certe essere semplicemente spente. La sola cosa che ha funzionato davvero è stato il processo di razionalizzazione progressiva attraverso l’ottimizzazione: un cammino che va al più presto rilanciato".

 CONVEGNI IBTS ’99

WEBCASTING PROSSIMO VENTURO

Tutti nella rete, appassionatamente

La terza parte del report convegni Ibts ’99 ci accompagna nel nuovo, affascinante e ormai lanciatissimo mondo della rete delle reti: nessuno ormai ignora il fatto che Internet rappresenti la frontiera e la grande opportunità per i comunicatori elettronici. Si tratta di capire come fare a sbarcare al meglio nel Web.

Andrea Rivetta

Cosa ne è dei mezzi radiotelevisivi? Potremmo dire che è in corso una "mediamorfosi", per cui i prodotti tradizionali per radio e tv vanno adattandosi e trasformandosi per essere Internet-compatibili, a vari livelli (dalla semplice interazione funzionale ad una totale dedizione). Per questa fase non c’è ancora definita una formula univoca e non c’è una strada segnata, ma piuttosto bisogna saper ascoltare una pluralità di segnali deboli che caratterizzano lo scenario multimediale nella sua complessità e da questi trarre ispirazione.

Nadia Sarri, net economist di L’Atelier Paribas di Parigi, ha detto: "Proviamo innanzitutto a rappresentare l’utente medio di Internet e il suo rapporto con i contenuti video che trova in rete.. Prima delle tecnologie streaming il rapporto era certo noioso e a volte irritante. Adesso i contenuti sono ben altra cosa: il 70% dei siti hanno contenuti audio o video e 60 millioni di persone hanno fatto download di prodotti audiovideo dei soli due maggiori prodotti mediali disponibili sul web. La domanda oggi è: chi fornirà tali contenuti? I broadcasters tradizionali che evolvono o i nuovi operatori?

Tre sono le fasi della riflessione.

1) I contenuti audio e video in Internet.

Per ora il contenuto più importante, rilevante, visitato è prodotto dai nuovi operatori: Broadcast.com, FasTv, AtHome, Atomfilms (per un mercato-nicchia di brevi films per il web) e Silicon (europea, è una tv solo su Internet specializzata in informatica per i professionisti che offre spettacoli a richiesta. Due aspetti sono particolarmente interessanti: sono solo sul web ed hanno sviluppato un modello di business: un servizio gratuito con entrate derivanti dalla pubblicità. Poi ci sono due canali interessanti per l’altro modello di business: specializzati in informazioni economiche e remunerati dall’abbonamento. Nasce un contenuto specifico per Internet: breve, veloce, facile e interattivo.

Le reti tradizionali ABC, NBC E CBS sono al loro secondo stadio di sviluppo. Erano partite con i loro prodotti nel web, ma adesso diffondono show e prodotti dedicati. E’ una strada, ma ancora non siamo al prodotto giusto per l’utente Internet: che sono brevità e massima interattività.

2) Il flusso dei media trova ancora gravi ostacoli tecnologici

La domanda di broadband è forte: perché col digitale i tempi si fanno molto bassi.

Previsione degli accessi nel 2004

Dove 56k xDSL ISDN Cavo Wireless
Nord America 55% 14% 5% 18% 8%
Europa 50% 6% 25% 12% 7%

Fonte: Gartner Group-1999

La broadband sarà la prossima versione di Internet: un film come "Guerre Stellari" si scarica in circa due ore tramite modem normale e in circa 2 minuti e mezzo con una broadband. Questa ampiezza di banda darà il via alla vera e propria televisione in tempo reale eil fattore velocità e facilità d’uso sarà anche strategico.

3) Tv e internet sono davvero convergenti?

Il potere della tv è il potere dell’audience di massa, il potere di Internet è la personalizzazione e l’immediatezza d’uso. I due mezzi in realtà non stanno davvero convergendo, ma allora perché si dice? Perché adesso le due potenze, non i due mezzi, stanno incontrandosi: la tv e Internet e la tv in Internet sono due cose diverse. Nel primo caso abbiamo la tv passiva e rilassante, nel secondo caso abbiamo un medium interattivo e dinamico. I contenuti non stanno convergendo, gli scenari stanno convergendo. Entrambi sono, nel loro insieme, dei mass media poichè raggiungono molte persone.

In conclusione possiamo dire che il video sul web per contenuti sta aumentando e noi continuiamo a migliorarne la tecnologia, ma la tv su Internet è un’esperienza del tutto diversa da quella che ad oggi conosciamo".

Dom Serafini, direttore di Video Age International nell’occasione ha riproposto il suo attuale cavallo di battaglia: la presentazione del sistema di tv in rete Atvef. "Atvef - ha spiegato Serafini- è un sistema di trasmissione tv via internet. In Usa dopo 10 anni di sviluppo della tv digitale ATSC, 500 milioni di dollari e una copertura del 50% di territorio sono stati venduti... 50.000 televisori! Niente di più facile che accadrà lo stesso con il Dvb in Europa. La verità è che per le domande sul digitale terrestre non ci sono risposte.Quale la larghezza di banda prevista? 6 o 8 Megahertz? E se 6 Mhz (19 Megabytes al secondo), quanti canali ci saranno? E se fossero 4 canali in multicast, sono previsti canali pay? E sarà permesso il simulcast? E se si moltiplicheranno i canali, chi li potrà detenere?

Atvef dal canto suo è un nuovo sistema digitale universale che apre frontiere impensabili. Il set-top-box avrebbe il vantaggio di servire sia per la conversione del suo standard che per interfacciare la tv con la rete".

John Wyver, presidente dell’inglese Illuminations Television ha aggiunto vantaggi all’idea di una tv in rete: "Esiste anche via Internet un modo per coinvolgere emozionalmente. La nostra società di produzione fa esattamente questo: stiamo creando un’intera gamma di prodotti mediali che possano essere adeguatamente valorizzati nella dimensione web. E viceversa abbiamo lavorato su produzioni che consistevano nel fare tv con persone che tramite il pc erano esse stesse autori dell’evento digitale che diventava programma (un gioco spaziale). La tv diventa così un ambiente che si relaziona col web. Quest’autunno abbiamo un progetto con BSkyB e daremo vita ad un nuovo mondo parallelo. L’idea di fondo è che grazie alla rete la tv può conquistare emozionalmente e coinvolgere personalmente nell’azione".

Per concludere abbiamo arccolto anche un’esperienza in corso tutta italiana, quella di Rai News 24, raccontata dal suo vicedirettore Michele Mezza: "Internet ha segnato pesantemente l’esperienza di Rainews24. Ma parlando di format va detto che ci stiamo ponendo il problema di fondo e cioè quello di funzionare senza farci colonizzare da una mentalità di tipo americano senza esserlo, che sarebbe una strada persa in partenza: il gap va ridotto trovando tipologie televisive alternative. Con Rainews24 abbiamo cercato in Internet un alleato strategico come fonte continua, 24 ore su 24 e a basso costo: in effetti oggi la rete rappresenta come fonte il 40% delle notizie che diamo in una nostra giornata. Ci sono 28/30.000 siti informativi: è una risorsa poderosa a disposizione anche di forze deboli. E’ una fonte asincrona rispetto alle fonti italiane. Confrontando il nostro "skroll" di 10 titoli che girano al mattino con quelli di Tg5 o Tg1 si rileva la più totale diversità. In verità da noi esiste ancora l’imprinting della stampa che sposta di mezza o una giornata i temi della tv, mentre nei siti Internet si ha il real time. Creiamo in tal modo un disagio anche interno: sembra di stare su un altro pianeta essendo asincroni rispetti ai temi dominanti, poiché li abbiamo già dati e siamo oltre. Dal punto di vista del modello c’è da tenere conto dell’imprinting delle nuove generazione sui linguaggi, sempre dinamici e sempre sonorizzati. Internet è un mondo di navigazione e la tv che si ispira alla rete è un canale di zapping che vive la piena abbondanza delle fonti e cambia la sua filosofia: non produce altra informazione, ma garantisce un servizio di selezione, di scelta all’interno di una straripante offerta. Criteri di scelta e giudizi e decrittaggio dalla massa sono il valore aggiunto all’informazione a sé stante. Poi c’è la possibilità di assorbire anche il prodotto radiofonico: i programmi "Golem" ed "Istruzioni per l’uso" vengono "vestiti" di immagini in digitale e portati a basso costo in tv sul nostro canale. Queste sono le concrete possibilità che si aprono. L’applicazione originale di elementi di realtà virtuale di flusso permettono la creazione dell’informazione continua e dell’infotainement. Su questo humus si possono fondare passi ulteriori per realizzare la piena compenetrazione tra tv ed Internet.

Per finire: Internet è attivo e la tv è passiva, ma credo che molti utenti Internet abbiano ancora un’interattività soft e quello è terreno di incontro con una tv blandamente interattiva. Il multiscreen con cui abbiamo scomposto il nostro video serve a veicolare in parallelo storie diverse: è un formato che permette simulcast con video leggero e gestibile a 48k per internet (ma tanto immagini vere non ne abbiamo) e serve anche a creare itinerari ipervisivi ed ipertestuali".

BOX

NON TUTTO E’ PERDUTO

Per ragioni di spazio non possiamo dare spazio ad altri, interessanti incontri avvenuti ad Ibts ’99, ma a quelli di maggior respiro, le cui tematiche hanno valore strategico e dunque non rapidamente obsolescente, daremo spazio anche nei prossimi numeri di Broadcast & Production, magari attualizzandone i contenuti con i rispettivi autori.

LA TV MUTA

Professionisti televisivi senza diritto di parola

Il convegno, organizzato da Aitc, è nato dalla constatazione che i telecineoperatori sono oggi sempre più defraudati del proprio ruolo professionale. Non hanno modo di far sentire la propria voce, mentre la rivoluzione tecnologica e organizzativa in corso obbliga, al contrario, ad accentuare il dibattito sul ruolo da assumere.

di Stefano Paolillo
presidente AITC

Il convegno ha preso le mosse dalla relazione di Marco Centra (ISFOL), che ha portato i risultati di un’indagine realizzata sui dati trimestrali sulle forze lavoro dell’Istat. I risultati hanno evidenziato alcune caratteristiche del mercato del lavoro: la prima è un aumento del lavoro autonomo e la seconda è un progresso dell’incidenza del lavoro part-time. Si nota, quindi, sono in aumento quei contratti "deboli" caratterizzati da un’alta flessibilità strutturale. Il lavoro part-time si conferma un effettivo strumento di ingresso nel mondo del lavoro, evolvendo in una professione stabile dopo un periodo di apprendistato. Per entrare nello specifico del comparto radiotelevisivo sono emersi alcuni dati, soprattutto per la categoria statistica "tecnici di produzione". La percentuale di lavoratori autonomi presente nel comparto è rimasta invariata al 47%, che è quasi il doppio della media nazionale. Ciò è dovuto principalmente all’incidenza delle professioni artistiche. Per i tecnici di produzione la percentuale di lavoro autonomo è passata dal 17% del 1995 al 22% del 1998: un incremento sensibile della flessibilità.

Aldo Bonomi (del CNEL) dal canto suo ha portato un altro studio: un’inchiesta mirata nata da una richiesta partita dai professionisti stessi della Rai. Una ricerca-azione, perché coinvolge direttamente i professionisti televisivi. Esiste effettivamente una dimensione innovativa di questo modo di lavorare: é un mondo frastagliato che ha nelle associazioni una forma significativa di rappresentanza. Emerge chiaramente che se prima la Rai era definibile come un’azienda, oggi è definibile come un’impresa, anzi un "impresario".. Un soggetto che ha smagrito fino in fondo il corpo dei dipendenti ed ha esternalizzato gran parte delle funzioni, creando un "bacino", che è un serbatoio di professionisti che lavorano in regime di precariato.

Nonostante queste difficoltà, accedere a questi lavori viene ancora considerato un privilegio. Per arrivarci c’è un lungo periodo di precariato con molti abbandoni. E c’è drammaticità perché sono in tanti che non superano un reddito netto di due milioni: il salario di un metalmeccanico medio. Ma c’è anche la drammaticità dell’iperflessibilità. Al punto che il "conflitto", che è normalmente tra lavoratori ed impresa, oggi è tra le stesse figure professionali. In compenso si è rilevata una forte voglia di autorganizzarsi dal basso, con l’intento di unirsi per abbassare il rischio, aumentare la conoscenza ed avere autonomia individuale pur essendo in un collettivo. C’è molta voglia di associazioni, anche se non in un’ottica corporativa ma di nuovo mutualismo.

Cristina Merico (regista e produttore esecutivo) ha evidenziato i fattori critici dell’attuale modo di produrre (il tempo, l’improvvisazione e l’economicità): "Spesso per ragioni di tempo ci troviamo di fronte a delle richieste a cui non è possibile far fronte. Poi va detto che anta gente si improvvisa in un ruolo e ciò accade perché non esiste un albo professionale che garantisca la reale conoscenza del mestiere. Infine le produzioni vengono pagate sempre meno, quindi, i free-lance vengono pagati meno con la conseguente guerra al ribasso. Oppure si taglia sul personale, soprattutto sulle figure a bassa qualifica. Perciò le incombenze di chi è stato tagliato si scaricano sulle altre figure, aumentando il carico di lavoro a volte al punto di inficiare la prestazione professionale".

Sul danaro che "gira" in televisione va notato che è presente in dosi massicce, ma che ha dei flussi strani : appare, scompare, riemerge e si dilapida in mille rivoli. Non si riesce a capire chiaramente quali sono i flussi del danaro in questa televisione che è diventata un’industria a tutti gli effetti.

Altro aspetto critico è proprio quello della multimansione: tutto questo spasmodico correre verso una flessibilità, una riduzione dei costi, sta incidendo sempre di più su quello che è il lavoro stesso.

"Se la multifunzione è inevitabile - ha aggiunto Marco Incagnoli (direttore della fotografia) - è anche perché il Ministero della Pubblica Istruzione, dietro richiesta di Rai e Mediaset, ha sostituito, nell’Istituto per la Cinematografia e la Televisione di Roma, i corsi per le varie qualifiche professionali tradizionali con un più generico diploma di operatore multimediale. Allora è bene tale processo si realizzi verso l’alto: perché pensare, dirigere, girare, montare, musicare e speakerare è un’operazione complessa che deve essere fatta con la maggiore esperienza possibile, non affidandola a chi sta appena iniziando la sua carriera".

Marco Aureli (programmista regista) ha aggiunto al dibattito la propria opinione: "In RAI da tempo si vede spingere verso l’accorpamento di più mansioni. Ma è più difficile realizzare questa impresa in ambiti che non siano la stretta informazione di attualità. Quello che secondo noi dovrebbe essere evitato è di pensare che tutti i cicli produttivi possano essere realizzati allo stesso modo. Lì dove si realizza la concentrazione delle mansioni si rinuncia al lavoro di un’equipe, depauperando il prodotto finale. Anche per questo abbiamo in un tavolo permanente intorno al quale i professionisti che si occupano di tv possano continuare a dialogare e indagare. Una possibile indagine può essere quella comparazione tra i cicli produttivi e le figure professionali e le relative contrattualizzazioni in tutta Europa".

Questo scorcio del più ampio dibattito tenutosi all’Ibts speriamo possa provocare reazioni nei lettori interessati, suscitando il contributo di tutti, perché probabilmente esistono più soluzioni, ma se non animiamo un ampio confronto, sicuramente non le potremo mai individuare. Cercheremo, quindi, di stutturare una sede permanente, reale o virtuale, in cui si possa parlare e si possa contribuire concretamente ad evolvere la professionalità di chi produce tv. Un contesto in cui si possa verificare se le professioni specialistiche del nostro settore muoiono solamente o se ne stiano nascendo di nuove. Noi dobbiamo cercare di capire cosa succede e come gestire il cambiamento. Oltre a capire come salvaguardare la dignità di chi lavora in questo settore, contestualmente alla difesa del prodotto che si offre ai consumatori. E questi ultimi, non dimentichiamolo, costituiscono la categoria che poi "paga" nella nuova televisione e che supponiamo diventeranno sempre più esigenti per quello che pagano. Si stanno diversificando le richieste del mercato e i canali di diffusione: le fatiche dei professionisti televisivi non è detto che vadano "in onda", poiché magari finiranno in una collana di videocassette o sul web o su quant’altro si realizza in video. Ecco perché l’Aitc porterà avanti questo Forum Permanente sulle Professioni Televisive e si impegnao a fornire la massima informazione sulle proprie attività. E per questo è necessario tornare al messaggio iniziale : più operiamo in una "tv muta", più abbiamo bisogno di parlare e di parlarne.

FORUM SULLA TV "FULL CACHING"
Fabio Gattari, presidente SIS, nel contesto dei seminari Ibts, ha presieduto un incontro in cui venivano illustrati i vantaggi della tecnologia tv "full catching", di come Etere Automation ne sfrutti le caratteristiche e di come oggigiorno tale opportunità sia veramente alla portata di tutte le emittenti tv.Hanno collaborato, illustrando i rispettivi prodotti: Antonio Lasi (Philips), Marcello Dellepiane (Seachange), Luciano Consigli (Sony), Angelo Palermo (StorageTek), Herve' Dammann (Thomson Broadcast). Ha contribuito anche l'Aer (associazione editori radiotelevisivi), con un intervento del segretario Fabrizio Berrini.